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Giuseppina ’a panemosc’

di NeroSuBianco
13 Febbraio 2026
in Articoli

[di Maria Pia D’Andrea]

Nella mia Battipaglia c’era un personaggio che nessuno ha mai potuto dimenticare: Giuseppina ’a panemosc’. Una donnina minuta, sorridente e austera, che aveva trasformato la sua eccentricità in un marchio di riconoscimento, quasi un sigillo personale.

La sua particolarità? Era addobbata. Non semplicemente vestita: addobbata come un albero di Natale. Rossetto rosso, acceso e fiero. Abito nero, sempre quello, severo e immutabile. Ma sopra quell’abito portava il suo mondo intero. Spille, collane, borsettine, ciondoli, nastrini: ogni centimetro del suo corpo era occupato da un ricordo, un oggetto, un frammento di sé. Non uno, ma tanti, tantissimi, come se fosse una piccola vetrina ambulante di memorie e ornamenti.

Eppure, nonostante quell’eccesso, Giuseppina non risultava mai ridicola. Piccolina com’era, diventava quasi maestosa. Stravagante ma elegante, regale e allo stesso tempo vicina alla gente. Aveva sempre un sorriso pronto, un saluto gentile per chiunque la incrociasse. Bastava sentirla arrivare: prima ancora di vederla, si udivano le voci dei battipagliesi che la chiamavano con affetto: “Giusepinaaa, buongiooorno!”. E lei, con la sua grazia antica, rispondeva a tutti, senza negare mai un cenno, un sorriso, un piccolo gesto di presenza.

Io, bambina, la osservavo con occhi pieni di stupore. La guardavo e pensavo: “Che strana donna”. Ma ciò che mi è rimasto dentro non sono le spille o le collane: è il suo portamento. Lo sguardo fiero, il sorriso regale, la testa sempre alta, come una regina che passeggia tra il suo popolo.  

Non usciva per comprare o fare commissioni: usciva per essere vista, riconosciuta, celebrata. E il paese, in fondo, glielo concedeva volentieri. Era una donna che distribuiva attenzioni e ne riceveva altrettante. Una donna che aveva bisogno di essere guardata, e che sapeva come farsi guardare. Il nero dei suoi abiti era solo la tela su cui costruiva un universo di ornamenti, un linguaggio fatto di piccoli oggetti che diventavano simboli di identità.

Ancora oggi, quando qualcuno esagera nel vestirsi, ridiamo dicendo: “M’ par’ Giuseppina ’a panemosc’!”. Le mie sorelle lo dicono spesso anche a me. E io sorrido, consapevole, e non me ne importa nulla. Perché penso a lei, alla sua fierezza, e mi sento anch’io orgogliosa dei miei “accenni d’arte”.

Giuseppina non era solo un personaggio eccentrico: era un simbolo di Battipaglia, un frammento di poesia quotidiana. Con il suo modo di camminare e di mostrarsi, ci insegnava che la bellezza non sta nell’essere uguali, ma nel coraggio di essere sé stessi.

Un bacio, Signora Giuseppina, ovunque lei sia.  Io non la dimenticherò mai.

[L’illustrazione è dell’autrice]

14 febbraio 2026 – © riproduzione riservata

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