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Gioia: «La colpa è dei consiglieri»

di NeroSuBianco
21 Giugno 2018
in Articoli


L’assessore dimissionario critica l’ingerenza dei consiglieri comunali, ringrazia la sindaca e non esclude in futuro la ricucitura dello strappo

Un tandem politico, fin dalla campagna elettorale. Accanto a Tozzi, da sempre c’è Michele Gioia. Il segretario di FdI propose la candidatura a sindaco dell’anestesista, e poi entrò in giunta insieme al vicesindaco. Ora s’è dimesso anche lui, e l’addio gli lascia l’amaro in bocca.

Cosa è successo negli ultimi mesi?
«Ci siamo persi in discussioni che, per quel che mi riguardano, non hanno nulla a che fare con la politica. Io ho fatto il consigliere comunale per quattro anni con un’amministrazione importante, quella di Zara, ma non ho mai rivendicato incarichi, né ho preteso di dir la mia sulla nomina degli assessori: m’occupavo di avanzare delle proposte e di portare avanti le idee del mio candidato sindaco».

Cosa che non hanno fatto questi consiglieri?
«Alcuni sì. Qualcuno, forse per inesperienza, ha confuso i ruoli e ha preteso d’avere in giunta i suoi nomi, ma la giunta è un organo di fiducia del sindaco, ed è a lui che spettano le nomine. E tra quelli che oggi rivendicano questo cambiamento, c’è pure chi, come Franco Falcone, ai tempi di quella famosa amministrazione Zara, ha fatto l’assessore per quattro anni…».

A quali consiglieri allude?
«Per ora preferirei non dirlo, ma poi, dopo il rimpasto, si potrà intendere ogni cosa».

Come si passa dall’abbraccio del 2016 al divorzio del 2018?
«In campagna elettorale abbiamo siglato un accordo, il patto nobile, che non è stato mantenuto e che, oltre alla nomina dei quattro assessori, prevedeva pari dignità nelle azioni di governo e sottogoverno. In quel sottogoverno, però, hanno fatto tutto Cecilia e i suoi: il Centro Sociale, l’Asis, le Ato, i dirigenti, Alba. Ci hanno chiesto la candidatura al consiglio provinciale con FdI e hanno trovato le porte spalancate. E l’8 giugno del 2017, con la nomina di Francesca Napoli, che era una consigliera comunale, si disse che il patto nobile era superato, che non c’erano sono più gruppi e sottogruppi e che quegli assessori erano di tutti».

Ed oggi…
«Oggi, per avere lo spazio maggiore richiesto dai consiglieri, si dice alla sindaca che il gruppo Tozzi, che all’improvviso esiste di nuovo, deve lasciare due assessori; non si parla affatto di mettere in discussione tutti per capire chi ha lavorato bene e chi lo ha fatto male. Non c’è l’unica famiglia: c’è una decisione imposta. Invece noi volevamo che si mettesse sul tavolo l’operato di tutti gli assessori: avrebbero lasciato quelli ritenuti non funzionali alla causa».

Con una verifica, non sarebbero andati via i tozziani?
«Chi lo sa? Magari i due assessori sarebbero venuti fuori proprio da questo gruppo, però il ragionamento andava avviato, sennò dov’è il cambiamento? Si fa come s’è fatto sempre dal dopo Zara: qualche consigliere, che non dovrebbe esercitare questa funzione, pretende di nominare la giunta. Le nomine: la peggiore concezione di fare politica».

E la Francese lascia fare?
«Lei sente forte il peso della responsabilità: dice che non può andarsene a casa lasciando la città così. E ascolta molto; io forse avrei fatto diversamente, perché non sono uno che media, però la sindaca, sentendosi responsabile del futuro di Battipaglia, cerca di percorrere tutte le strade possibili».

Sbaglio o non ce l’ha con lei?
«No, non ce l’ho con lei; anzi, la ringrazio, perché m’ha dato quest’opportunità e ha sempre creduto in me. Mi sarei comportato diversamente, però, perché la giunta, lo ripeto, è l’organo di riferimento del sindaco».

Personalmente come vive la rottura?
«Le dimissioni in politica non le presenta mai nessuno. Io oggi mi sento male: questo è un fallimento per me, è l’ennesima occasione mancata per questa città. Il mio augurio, però, è che quest’amministrazione duri: spero che il consiglio comunale prenda coscienza e supporti la sindaca, una donna perbene senza interessi personali».

La maggioranza durerà?
«Se continua così, non ci arriva alla fine del mandato elettorale. Adesso, però, c’è tantissimo tempo per rimediare: mancano ancora tre anni».

E Gioia cosa farà?
«Io rimarrò dove sono da 24 anni, cioè nella destra politica, e coi riferimenti storici, Cirielli e Iannone, saremo da stimolo e cercheremo d’essere propositivi; non saremo contro a prescindere. È da qui che passa la mia credibilità: fino a lunedì io ero in quest’amministrazione, e devo assumermi pure le responsabilità di quel che è andato male».

Ha qualche rimpianto?
«Mi sono speso oltre i limiti dell’umano e fino alla fine: non ho nulla da recriminare. Sarebbe troppo facile parlare col senno di poi».

Uno strappo che si potrebbe ricucire?
«Credo che nella vita ogni cosa possa accadere. Se ci sono le condizioni, se veramente abbiamo a cuore questa città, non ci devono essere ostacoli: se la sindaca ci presentasse un’opportunità, si dovrebbe pure pensare di rimettersi in gioco. Non è obbligatorio e non è detto che avvenga, però; anzi, al momento non credo ci siano i presupposti».

I momenti più belli da assessore?
«Ogni giorno, dalla firma in poi, è stata un’emozione continua: ho lottato per legalità, onestà e trasparenza. Mi gratificano i messaggi d’affetto che m’hanno inondato: la gente ha apprezzato il mio lavoro e la mia disponibilità A loro va il mio grazie, e alla sindaca, alla segretaria comunale, a quei dipendenti comunali disponibili, a Gerardo Rosania; non voglio ringraziare né lo staff né i consiglieri comunali».

22 giugno 2018 – © riproduzione riservata
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