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Figli di un POS minore

di Ernesto Giacomino
30 Aprile 2026
in Commenti

La questione dell’impossibilità di pagare col bancomat il parcheggio di via Plava (pardon: “il parcheggio più grande del mondo accanto al ponte incompiuto più lungo del mondo del PIU Europa più bello del mondo nel degrado più imbarazzante del mondo”) sottende motivazioni attingibili, a scelta, dalla teoria del rasoio di Occam come da quella del cofano della Panda 30. La prima (la ricordate, no? “Se senti zoccoli pensa ai cavalli, non alle zebre”) dice che a parità d’ipotesi sulle cause di qualcosa prevale la spiegazione più semplice. Per cui: se il bancomat è disabilitato è perché c’è questo spasmodico desiderio di accumulare quante più monetine possibile per non trovarsi sforniti alle tombolate di Natale. Oppure, più verosimilmente, perché il denaro fisico t’arriva sicuro nelle tasche, mentre non è garantita uguale sorte a quello che passa per le banche.

La teoria del cofano della Panda 30, invece, non ha paternità filosofiche: è mia, dei miei vent’anni. Dice che, a quella macchina là, o le lasciavi tutti i difettucci che palesava in marcia – vibrazioni, tintinnii, spie che s’accendevano o spegnevano a seconda del tasso d’umidità  – o guardavi nel motore per scoprirne la causa. E là ti s’aprivano buchi neri sull’ignoto, zigrinature di cinghie causate da un dentino sgranato per via d’un braccetto storto surriscaldato dalla ventola difettosa che trascinava un micron d’olio che sfasava un pistone che da lì a venti metri avresti fuso e addio.

In questo cofano di Panda qua, per dire, quello del parcheggio, m’arriva voce che qualcuno degli addetti ai lavori avrebbe spiegato che lì manca la connessione alla rete, per cui il bancomat sarebbe offline, ovvero non collegato in tempo reale al circuito bancario. Una cosa del tipo che potrebbe, sì, fare le transazioni: ma tenendosele in memoria fin quando non arriva un tecnico a scaricarle e passarle in banca. Per cui, da come ho capito: infili o poggi la carta, e il lettore non sapendo se hai i soldi sul conto – va a fiducia. Col rischio che una parte di quelle somme, una volta partite le richieste di addebito sui conti degli utenti, si rivelino non incassabili.

Poi, va be’: qui su due piedi non si hanno fonti e strumenti per capire al volo se sia vero, ma dice che la stortura derivi dal mancato rispetto, da parte del Comune, degli accordi presi con l’ente gestore. Cioè: non so se con dati mobili o connessione cablata, ma pare che la linea per il bancomat, lì, avremmo dovuto metterla noi. Unitamente all’attuazione di altre opere che lamentano come ancora inevase: l’acqua corrente nella postazione del custode di turno, per dire. E la manutenzione dell’area scoperta: pulizia, illuminazione, cura del verde (a volerlo ancora chiamare così, ché ormai tra i posti auto ci trovi bambù e cucciolate di koala).

Boh, che dire: come sempre, tra chi suppone e chi controbatte, s’attendono chiarimenti. Per ora sono pettegolezzi, dicerie, chiacchiere da bar. Per quanto, in verità, appaia comunque surreale l’ipotesi d’un gestore che paga canoni di concessione e collaboratori sul posto, ma decide scientemente di diminuirsi gli incassi precludendo in partenza il pagamento con bancomat.

Accettando pure di sorbirsi, un passo al di là di quella sbarra, lo sfottò delle decine d’auto parcheggiate beatamente in zona rimozione.

30 aprile 2026 – © riproduzione riservata

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