Cooper Standard: sciopero a oltranza
[di Carmine Landi]

Ai cancelli della Cooper Standard il tempo pare sospeso. Da giorni lo stabilimento battipagliese è nel limbo: i lavoratori hanno scelto lo sciopero a oltranza. Ben più d’un gesto simbolico: è la reazione a una decisione che rischia di segnare il calo d’una mannaia su un presidio industriale storico per la Piana del Sele. La scintilla è arrivata all’alba di settembre, quando s’è saputo che le guarnizioni dell’autovettura Alfa Romeo Tonale non si sarebbero più prodotte a Battipaglia, ma in Polonia. Per i sindacati, quella notizia è stata l’inizio della fine. Una frattura insanabile, che ha demolito in poche ore la fragile fiducia costruita nei mesi scorsi. A giugno, nella sede di Confindustria Salerno, azienda e organizzazioni dei lavoratori avevano condiviso un percorso comune: uscita graduale di parte del personale con incentivi, superamento degli ammortizzatori sociali, nuove opportunità legate ai piani industriali Stellantis. Tutto azzerato da un trasferimento di commesse che ha colto di sorpresa le maestranze.
Le sigle di categoria – Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil, Confail – hanno risposto con la proclamazione di uno sciopero senza limiti di tempo. Nei reparti si respira aria greve: la produzione di guarnizioni per Panda, Ducato, Iveco e per i modelli premium di Alfa e Jeep resta per ora in piedi, ma il precedente della Tonale ha innescato un timore diffuso. Se anche quelle linee dovessero finire all’estero, Battipaglia rischierebbe di ritrovarsi con uno scheletro industriale svuotato di funzioni. Le assemblee sindacali sono state un susseguirsi di accuse e amare constatazioni. «Gli accordi sono stati disattesi», hanno ribadito i rappresentanti delle maestranze, sottolineando come l’apertura di produzioni parallele in Polonia abbia reso evidente l’inaffidabilità del gruppo. Lo sciopero, intanto, continua, senza interruzioni: i sindacati hanno chiarito che qualsiasi discussione vera dovrà svolgersi a Roma, sotto l’egida del Ministero, unico garante di trasparenza e tutele.
Nel frattempo, le giornate scorrono tra presidi e attese. I lavoratori, oggi circa 370 dopo i prepensionamenti che negli ultimi due anni hanno alleggerito gli organici di un centinaio di unità, guardano ai cancelli come a una trincea. Fino a pochi anni fa erano in 500, con un indotto di 700 persone. Le cifre raccontano un lento ma inesorabile ridimensionamento. Eppure, la fabbrica continua a rappresentare un pilastro produttivo per la città: un presidio che intreccia l’economia locale con quella dell’automotive nazionale. Il tavolo convocato per il 1° ottobre al ministero delle Imprese e del made in Italy è atteso come un passaggio cruciale. Non ci sono illusioni: i lavoratori sanno che sarà un confronto difficile, ma chiedono chiarezza, numeri, prospettive. Vogliono sapere se il loro stabilimento avrà ancora un futuro o se il destino è già stato segnato altrove. Tra i dipendenti c’è chi parla di fiducia tradita, chi ricorda gli anni d’oro in cui l’impianto era una fucina di produzione e occupazione, chi sottolinea l’assurdità di delocalizzazioni che mettono a repentaglio un patrimonio di competenze. L’incertezza si mescola alla rabbia: il timore non è soltanto quello di perdere il posto, ma di assistere alla cancellazione d’un pezzo di identità industriale della città. Non è la prima volta che accade. Già nel settembre del 2024, dopo il rientro dalle ferie, le maestranze avevano incrociato le braccia per uno sciopero a oltranza. Allora, il crollo delle commesse era del 44 per cento, e i vertici aziendali avevano prospettato cento esuberi. Nelle assemblee di allora si parlava di un futuro a rischio, di commesse dirottate verso la Serbia, di un mercato dell’auto in caduta libera. Poi la schiarita.
Oggi, a un anno di distanza, quelle paure hanno preso nuovamente corpo. La vertenza è il simbolo d’un territorio che teme di essere marginalizzato, ancora una volta, nelle strategie industriali dei grandi gruppi multinazionali. E se lo sciopero continua, senza tregua, è perché da Battipaglia si vuole mandare un messaggio chiaro: il futuro della fabbrica non può essere deciso altrove, sopra le teste di chi, da anni, tiene in piedi la produzione con lavoro e sacrificio.
Nella foto: il presidio dei lavoratori davanti alla Cooper Standard (foto di Antonio Volpe)
27 settembre 2025 – © riproduzione riservata





