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Ci duole un fiore

di Ernesto Giacomino
13 Febbraio 2026
in Articoli

[di Ernesto Giacomino]

Chiaro che, dopo l’ennesima e immotivata capitolazione d’un gruppo di alberi in pieno centro, viene il sospetto che qualcuno, col verde cittadino, ci stia regolando un conto personale. Non lo so: magari è una terapia per un trauma infantile irrisolto, un conflitto interiore dai tempi delle De Amicis per qualche imbarazzante ruzzolone sui tappeti di foglie secche in piazza Amendola, un alveare staccatosi pericolosamente da un ramo un giorno ch’era bambino e stava in scampagnata dai nonni.

Cioè, dico: e una volta la scusa che quella pianta era malata e cosa mai possiamo capirne noi, e un’altra una scelta obbligata d’un operaio per terminare il lavoro, e un’altra il verde s’intonava malissimo col colore del palazzo alle spalle, e un’altra ancora il tronco era posseduto e guardava in cagnesco e ringraziateci che abbiamo evitato una strage. In un intero pianeta, da quattro miliardi di anni, il verde è stato sempre una risorsa fondamentale: esistono autostrade, per dire, che s’allungano per chilometri per aggirare una foresta secolare, o case elevate storte per adattarsi alla morfologia d’una pineta. Qua da noi, invece, non appena si mette mano a un cantiere, qualunque fuscello diventa un pericolo da eliminare.

Si parla di piazza Petrone, ovviamente. La piazzetta tra le due chiese centrali. Da qualche giorno, interamente smantellata, disossata e recintata a tempo indeterminato. In un rione in cui già le strade sono poco snelle di loro, e i parcheggi non abbondano. La viabilità cittadina, come sempre, ringrazia.

Nuovi lavori di restyling che manco è chiaro dove s’appizzino, atteso che era stata integralmente rifatta non tantissimo tempo fa, in occasione della pavimentazione e pedonalizzazione dell’ex stradina che faceva da sagrato al Santuario. Ai tempi, per capirci, in cui appena avanzavano due posti auto davanti a un garage li si pavimentava e s’inaugurava una piazza. Possibilmente, con dentro un bronzeo monumento evocativo a caso: all’Artemisia Seccata, alla Blatta Confusa, alla Piastrella Scheggiata.

Bei soldini da spendere, peraltro. Legittimo che, con la diligenza media del buon padre di famiglia, si pensi a se fosse così urgente e necessario destinarli a “pulire sul pulito” piuttosto che a rimediare ad altre storture quel tantinello più evidenti: pulizia, decoro urbano, illuminazione. Sicurezza.

Dice: e va be’, rientra tutto nel piano di riqualificazione delle Comprese, sai com’è, le radici, l’orgoglio pioneristico della comunità, i nostri bisnonni colonizzatori. Le paludi, il Tusciano, il Castelluccio e la mozzarella. I bombardamenti e la “bisazza” di Gabriele. La stazione e il fiaschello battipagliese. E dai, come fai a non commuoverti?

E ok, ma probabilmente per riqualificare le Comprese arriviamo con giusto quel mezzo secolo di ritardo, ché parecchie delle costruzioni originarie si sono bell’e che riqualificate ognuna per i fatti suoi: chi se l’è rifatta barocca, chi a giardino verticale, chi multicolore modello Parc Guell, e dice che è mancato tanto così per ritrovarcene una a forma di deposito di De’ Paperoni.

Tutto questo senso d’affratellamento col passato, voglio dire, se proprio ci necessita, custodiamocelo solo in testa. Perché ormai pure piazza Petrone, di queste ventate di memoria storica da assecondare, si sarebbe un po’ scocciata.

14 febbraio 2026 – © riproduzione riservata

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