Buongiornissimo, riposino?

[di Ernesto Giacomino]

Nel mondo del lavoro battipagliese pare esserci sempre più una zona grigia tra apatia e iperattività, tra disinteresse e morbosità, tra calma piatta e frenesia. Si chiama “sfasulopatia”: l’arte, cioè, di aver da fare ma non farlo, se non per poco o il più tardi possibile. Con tutto il rispetto, è ovvio, per le migliaia di persone che col discorso non hanno nulla da spartirci (ma è pur vero, come diceva Lao Tzu, che un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce).
Metti certe banche, per dire: l’apertura sportelli è tipo alle 8,20, che però è anche l’orario in cui entrano gli impiegati. Per cui l’operatività effettiva arriva solo dopo complicatissime operazioni di apertura di cassa, ripristino linea dei terminali, tre telefonate di autorizzazione alla direzione mondiale di Honk Kong, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu.
Dieci minuti, come minimo, che moltiplicati per giorni e gente fanno un numero indefinito, ma mutuabile con un sinonimo chiaro: perdita di produttività. Che è la stessa di quei negozianti che guardano sfilare il grosso dei passanti del primo mattino davanti le loro saracinesche chiuse, per poi aprirle quando il potenziale primo guadagno (quello del “facciamoci la croce”) è bello che andato. La stessa di quei lavoratori che una volta aprivano i cantieri all’alba e adesso sfangano le nove del mattino davanti a birretta e videopoker. La stessa dei preti che tengono le chiese chiuse, della raccolta rifiuti che zigzaga nel traffico inoltrato, dei genitori pascolanti nei bar davanti scuola dopo l’ingresso dei figli, dei camion accodati ai tabacchini per la scorta di “gratta e vinci”.
Non fa eccezione la politica, ci mancherebbe. Il grosso delle relazioni ora si sbriga via social, tra uno slogan e un attacco al rivale. Niente più uffici stampa, spariti i complicatissimi lavori di redazione di manifesti, comunicati, relazioni. Per attività che richiedevano ore, adesso bastano hashtag e condivisioni. Dequalificazione di menti e mansioni, a compensi pressoché inalterati. Col contrappeso, peraltro, di una pericolosa confusione di ruoli: anziché sforzarci di comprendere che è il politico a voler parlare il linguaggio dei cittadini, ci convinciamo che siamo noi, quelli in grado di parlare il linguaggio del politico.
Perché il disinvestimento in produttività è pericolosamente astratto, subdolo, strisciante. Non ne vediamo la partenza ma ne subiamo l’arrivo. Silenziosi, rassegnati, convinti di un’inspiegabilità di motivazione che invece è lampante e concreta. Metabolizziamo come fisiologici i disservizi all’utenza, i ritardi dei tribunali, le “amnesie” nelle barriere architettoniche, gli orari dei pullman ormai solo teorici. Non ci vediamo mai dietro impiegati lenti, avvocati distratti, costruttori superficiali. Lo prendiamo come il prezzo necessario per il progresso: vuoi lo smartphone? Prenditi il caos. E in quel caos, paghiamo: la mora sulla bolletta arrivata in ritardo, il condominio per una piastrella messa male, il pezzo nuovo al meccanico che non aveva voglia di ripararci il vecchio.
Il lavoro nobilita l’uomo, ma ormai l’aristocrazia è in disuso. Meglio accontentarsi, con meno fatica, d’essere felici borghesi.

24 marzo 2017 – © Riproduzione riservata
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