Ben-svenati al Sud

[di Ernesto Giacomino]

E niente, quest’estate mi è montata la botta omologativa, dopo una vita di renitenza ho deciso di farmi anch’io qualche giorno in uno di questi borghi oltre la Piana di cui i poeti decantano sabbie finissime, acque cristalline, unicorni dorati e treni sempre in orario. Cioè, quei fatidici arroccamenti a bordo scogliera di costruzioni, più o meno affidabili, rimaste discutibilmente immobili nel tempo (qualcuna ancora con l’intonaco originario donato da Scipione di ritorno da Cartagine); in cui però – per un qualche perverso guasto della percezione estetica – la fatiscenza fa arte e l’approssimazione folclore. Conseguenza: tariffe da centinaia d’euro a week-end per soggiornare in un solaio con tegole a vista, o in una stanza più wc ricavata abusivamente nel garage del nonno buonanima.

La verità è che là diventi vittima di una grave allucinazione già appena superi Agropoli: continui a leggere sui cartelli nomi di paesi comuni tipo Roccammare o Sant’Ammollo di Scogliolieto, quando in realtà dovresti leggerci Acapulco, Eagle Beach, Fuerteventura. O se no non si spiegano, gli ombrelloni in quarta fila a 30 euro, il gettone da un euro per la doccia, l’atto notarile per un litro d’acqua potabile. Onesti, dai: 20 euro per due-forchettate-due di spaghetti alle vongole puoi chiedermeli solo se le vongole le ha pescate Sanpei in persona e le ha cucinate Cracco nella pentola magica di Taron.

E tutto ciò, alla fine, solo per due scopi: un paesaggio naturale oggettivamente di rara bellezza, e la possibilità di tuffarsi, là, in un mare migliore del nostro. Non caraibico, eh, coi fondali d’ostriche e di banchi corallini: solo, più pulito. Grazie a nessuno in particolare, se non probabilmente al fatto d’averci, quelle zone, per trecento giorni l’anno, una densità demografica d’un paio d’abitanti per chilometro quadro.

Totale, insomma: a mezz’ora di macchina da qua si fa business con una spiaggia da trecento metri per dieci; noi, con oltre quattro chilometri d’estensione per almeno cinquanta metri di larghezza, annaspiamo da sempre tra alghe fradicie e munnezza. E in più abbiamo la pineta: quando lì, se apri la portiera troppo rasente al marciapiede, rischi ti s’azzecchino le patelle al tappetino.

La differenza non è organizzativa o logistica: abbondiamo tanto di strutture ricettive che di collegamenti viari. E per il paesaggio, e beh, certe spiagge iconiche insegnano che la bellezza può risiedere anche in distese incontaminate di sabbia.

La differenza, in realtà, è semplicemente igienica, sanitaria: il loro mare è pulito e il nostro no. E non lo è, purtroppo, per la concomitanza di due fattori: uno fisiologico, l’altro gestionale. Con cinquantamila residenti fissi, un polo industriale importante e un comparto agricolo e zootecnico tra i primi del meridione, siamo una comunità inquinante per definizione: già nelle nostre cucine creiamo tonnellate di schiume, reflui chimici, acque contaminate.

Sul fronte gestionale, però, si osservano territori simili che non pagano il nostro stesso scotto: Taranto, ad esempio, recente e drammatico emblema dei danni ambientali da industrializzazione, presenta a tutt’oggi una balneabilità eccellente.

Il che, diversamente da quanto cantava il trio Morandi-Ruggeri-Tozzi, dice che non “si può fare di più”: categoricamente, si deve.

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