Battipaglia, da lontano

[di Antonio Abate]

Da ormai 4 anni vivo Battipaglia solo per pochi mesi all’anno e, ogni volta che torno, noto che qualcosa è cambiato. La sensazione che mi pervade ogni volta è quella di una città stanca, di un animale maestoso costretto in gabbia che continua a trascinarsi in modo faticoso e lento. Chi lo osserva prova un sentimento di rabbia, pensando a come potrebbe vivere quell’animale, libero e senza catene, mostrandosi in tutta la sua potenza. Ecco cos’è per me, Battipaglia: una città dalle grandi potenzialità costretta ad un’esistenza al di sotto delle sue opportunità. Come una brillante studentessa che naviga a vista e strappa appena la sufficienza, frenata da professori che, per impreparazione o pigrizia, preferiscono lavorare il minimo piuttosto che stimolare con lezioni interessanti, limitando il miglioramento dell’alunna. 

Una città che sorge in una posizione geografica perfetta, a pochi minuti dall’aeroporto e con uno snodo ferroviario importantissimo. Una città con una pineta lunga chilometri che davvero non avrebbe nulla da invidiare ai tanto acclamati litorali adriatici. Una città che si può girare tutta a piedi o in bici, con prodotti gastronomici di eccellenza e che, fino a pochi anni fa, vantava una zona industriale ricca di importanti realtà produttive. 

Si potrebbe fare tanto, a Battipaglia, costretta invece a essere una città spesso senza luce e senza speranze, con via Mazzini ormai ridotta ad un’alternanza di attività commerciali aperte e locali vuoti messi in vendita. Per non parlare degli eventi culturali che cittadini coraggiosi provano a proporre ogni anno, fallendo spesso o accontentandosi dei soliti, pochi, battipagliesi interessati. 

Certo, mi si potrebbe rispondere che nessuno vuole realmente impegnarsi per Battipaglia, soprattutto noi millenials, tanto bravi a criticare ma pronti a scappare via alla prima occasione, quasi come se avessimo scelto di andare via. La verità è che ci sono tanti ragazzi che, come me, avrebbero voluto restare, vivere e lavorare qui; ma non abbiamo avuto scelta, siamo dovuti andare via. 

Nel vedere cosa è diventata Battipaglia mi vengono in mente le parole piene di orgoglio di molti miei colleghi, nati in altre zone del Sud più svantaggiate e problematiche, che ogni estate spendono le loro intere vacanze per contribuire agli eventi delle città natìe, partecipando attivamente a feste, sagre, celebrazioni. Un attivismo che a Battipaglia non si nota più, complice un atteggiamento di sfiducia e disfattismo che ormai prevale e che, ogni volta, ci fa alzare le spalle e dire che va bene così. Come se alla nostra comunità fosse venuta meno la voglia di fare, di costruire, di migliorarsi. 

Io, nelle fredde serate del Nord, penso spesso a Battipaglia, ai luoghi di ritrovo ormai senza luce e senza coetanei, che mi ricordano, nonostante io stesso a volte non abbia voluto accettarlo, che Battipaglia è stata, è e sarà sempre la mia città e che un futuro produttivo e virtuoso è possibile, con scelte civiche e sociali condivise che possano ridare lustro a un luogo, fino a qualche decennio fa, rinomato e lodato in tutto lo Stivale. 

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