Alluce verde
[di Ernesto Giacomino]
Mi ha sempre incuriosito e intenerito questo fatto degli imprenditori nostrani che sponsorizzano gli “spazi verdi” – quelli nuovi, intendo, impiantati in occasione di restyling urbani sotto forma di aiuole, siepi, praticelli sulle rotonde eccetera – con tanto di cartello piantato in bella vista tipo orto botanico: “Questo campo di rarissima camomilla striata anglo-vichinga è stato preso in gestione dalla Perzichelli Spa”.
Cioè, voglio dire, me li immagino proprio tutti commossi, questi amministratori e dirigenti qua, mentre firmano l’atto durante la cerimonia solenne di affidamento presso un qualche organismo preposto tipo il Tribunale dell’Edera o la Commissione del Piccolo Bulbo, e giù tutt’un servizio fotografico che manco al matrimonio veneziano di Bezos.
E ok, e poi? Come funziona? Che significa prendere in adozione un determinato cespuglio, slargo, sbuffo di gramigna? Tipo che così facendo mi procuro una pubblicità aggratis ma contemporaneamente mi occupo della gestione di quel verde, giusto? Che dall’apposizione di quel cartello in poi, visto che ci ho messo il nome – e quindi la faccia – sarà mia cura tenerlo pulito, innaffiarlo, farlo potare, farlo crescere, concimarlo, svezzarlo, insomma preservarne totalmente il decoro, ri-giusto?
Ehm, allora. Se è così, non pare stia funzionando proprio dappertutto. Chiaro che le zone incriminate non le dico, non per timore di alcunché ma perché si tirerebbe dietro il rischio d’un’immeritata cattiva pubblicità per aziende magari negligenti in ortocultura, ma eccellenti nel loro business. Ché ormai l’offuscamento cognitivo d’una certa parte della famigerata “opinione pubblica” ci metterebbe poco ad associare una noncuranza verso il verde a un’inadeguatezza nel proprio mestiere, tipo “Oh, non andiamo dal meccanico Quagliariello, quello ha fatto seccare un giaggiolo, figurati se è capace di farci un tagliando”.
Chiaramente la gente di passaggio ci mette del suo, non è che il problema risieda tutto nel non aver chiamato in tempo il giardiniere evitando che all’acero spuntassero le corna. Come dire: fin quando il verde resta in vita, un po’ di disordine – purché per tempi limitati – ci può anche stare: fa’ conto sia quel figlio con la chioma ormai impettinabile che però è in attesa maturi l’appuntamento col barbiere. Il fatto, invece, è che parecchi di questi spazi sono borderline col degrado perché semplicemente – drammaticamente – sporchi. Quindi non solo incolti, ma depositari di cartacce, mozziconi, bucce, lattine, bottiglie, se non proprio – alle volte – buste d’immondizia. Roba che chiaramente non ci arriva da sola, lì dentro: ché sarà pur vero che in genere abbiamo venti forti, ma buoni al massimo per far svolazzare foglie secche o qualche calzino strappato agli stendini. Chi riduce quei prati, rotonde, aiuole a micro-discariche è ovviamente la mano umana, e qua che puoi andargli a dire ai gestori adottivi, tutt’al più gli si può imputare la famosa colpa in vigilando. Invocando, magari, cicli di pulizie a intervalli quel tantinello più ravvicinati; e – perché no – invitandoli a farsi autorizzare l’installazione d’una videocamera.
Ché se uno si prende in carico d’un pezzetto di città, è giusto che lo mettano in condizione di fare il suo dovere. Ammesso, naturalmente, che davvero ne abbia voglia.
31 gennaio 2026 © riproduzione riservata





