Abbascio ’a Stella
[di Maria Pia D’Andrea]
Sono nata abbascio ’a Stella, nel cuore antico di Battipaglia. Un palazzetto di quelli di una volta, con scale di granito consumate dal tempo, scalinate larghe e un terrazzo che sembrava uscito da un film con Mastroianni e Sofia Loren. Lì le lenzuola bianche sventolavano come bandiere di pace, e il sole le accarezzava come petali. Quel terrazzo era il nostro cielo privato: stenditoio di giorno, sala da ballo di sera. Ogni compleanno diventava una festa, con lucine appese e risate che si arrampicavano fino alle stelle.
Nel palazzetto abitavano il nonno, la nostra famigliola — dove siamo nate in tre sisterine — e la zia, figlia ro Guardiano. Lui, con i baffoni sale e pepe, era la gentilezza fatta persona: salutava tutti e conosceva ogni passo di quelle scale. Di fronte c’era una casa che per me era un regno segreto: una piccola entrata, poi un giardino che si apriva come un abbraccio, con al centro un albero di cachi. Lì giocavo con cugini e sorelline, tra i giochi di legno di zio Feluccio e la dolcezza fiabesca di zia Genoveffa. Quel giardino era il nostro mondo. Le foglie dei cachi diventavano corone, le cassette troni. E noi, piccoli sovrani di un regno fatto di terra e meraviglia.
Poi arrivò il tempo delle valigie. Gli zii partirono per il Nord, in cerca di lavoro e fortuna. Con loro c’era anche la mia cuginetta Anna Maria, quasi pari d’età, la compagna di giochi più dolce che avessi. Ricordo le sue manine che stringevano le mie, come a voler trattenere ancora un po’ quel giardino e la nostra infanzia condivisa. Mammarella piangeva perché sua sorella stava andando via, e io piangevo perché stava andando via anche lei. Pochi giorni fa è volata tra le braccia del Signore, questo racconto lo dedico a lei: alla sua luce gentile che resta nel cuore.
Ricordo due episodi che mi hanno insegnato più di mille libri. Il primo: una delle mie sisterine non voleva lasciare il ciuccio. Mammarella le raccontò che Bianchina, la cagnolina di zona, lo aveva preso per i suoi cuccioli. Lei pianse tanto, ma quel ciuccio non tornò più. Era il primo addio, il primo gesto di crescita.
Il secondo episodio è mio: avevo cinque anni. Mamma mi mise un completino con pantaloncini corti, ma io volevo un vestitino. Scoppiai a piangere e lei mi mandò giù a prendere la verdura dal signore col carretto. Quel carretto era tutto di legno, con assi robuste e una vetrina di colori: pomodori rubini, zucchine lucide, cipolle dorate, e la scarola fresca come un bouquet di rose verdi.
Scendevo le scale piangendo, e lì sbucò nonna: “Bella di nonna, che ti ha fatto mammarella tua?”
Io, con il viso bagnato, risposi: “Nonna, mia madre può fare di me quello che vuole. Sono la sua bambina.” Poi raddrizzai la mia piccola corona e scelsi il mazzo di scarola più bello, portandolo su come un dono regale. Mamma guardava dall’alto. Nonna dalla porta. E io avevo appena imparato che le donne possono scegliere: gonne o pantaloni, lacrime o forza. Quel giorno mamma mi insegnò la parità, e nonna, con gli occhi lucidi, approvò la lezione.
Oggi, davanti a quei marmi troppo freddi, porto un mazzo di rose vere. Ma nel cuore porto ancora quel mazzo di scarola: profumato, verde, fiero. Il primo gesto d’amore consapevole. Il primo passo verso la donna che sono diventata.
17 gennaio 2026 – © riproduzione riservata





