Una mano leva l’altra (di Ernesto Giacomino)

Quarto rimpasto di giunta in poco più di due anni. In pratica, un ricambio d’assessori ogni sei mesi, neanche li assumessimo interinali all’Adecco.
Dipenderà probabilmente dal fatto che precorriamo i tempi, e abbiamo già messo in pratica quelle regole d’incentivazione della mobilità nel lavoro che a Roma sono per lo più proposte per la ripresa. Oppure ci siamo inventati, ma già da anni, gli assessori con contratto di prestazione occasionale.
Ad ogni modo, qualunque ne sia la motivazione, attualmente ci classifichiamo come uno dei pochi comuni aventi una giunta con una scadenza media più corta di quella sui bricchi di latte a lunga conservazione.
È una tecnica che probabilmente discende anch’essa da diktat della Bce, si lega alle regole dei mercati finanziari, magari s’aggancia alla scadenza minima dei titoli di stato per non impegnarci troppo a lungo in questi momenti incerti, calcolando pure il differenziale rispetto all’andamento degli altri capoccioni delle amministrazioni limitrofe: lo spread sui boss.
Il problema è che in politica non si finisce mai d’imparare. La teoria dice che l’esecutivo cittadino, al pari di quello centrale, discende da colore e “pesi” del Consiglio sommati alle concrete capacità dei soggetti scelti; la pratica pare invece avvalersi della vecchia regoletta dell’altalena al parco giochi: un giro ciascuno, poi tutti a ricreazione. Quell’ostinazione sul turnover, insomma, che sul fronte calcistico ci costò la finale di Messico ’70.
Gli analisti del fenomeno paiono schierarsi su due fazioni opposte: da un lato chi continua a sostenere che certi avvicendamenti fossero già in programma fin dall’insediamento di quest’amministrazione, dall’altro il sospetto che siano frutto della crescente forza decisionale di questo o quel gruppo consiliare, a seguito dell’altrettanto crescente minaccia di “volatilità” della maggioranza a sostegno del sindaco. Tralasciando, per il momento, tesi futuristiche di biogenetica nelle quali la giunta si autorigenerebbe in maniera autoctona, per partenogenesi accidentale.
Emblematico, in ciò, il recente caso delle dimissioni di Marrandino, assessore alle attività economiche e produttive, capitate eccezionalmente a fagiolo dopo un batti e ribatti tra sindaco e liberaldemocratici che chiedevano un rimaneggiamento della loro rappresentanza nell’esecutivo. Nonostante la smentita del primo (“mai pervenuta alcuna richiesta”) e una chiara lettera protocollata dai secondi, gira che ti rigira alla fine s’è fatto quello che in realtà è stato chiesto. Cosicché, mentre Marrandino si faceva da parte ringraziando Santomauro e adducendo, alla base della sua scelta, motivazioni di carattere personal-lavorativo, ne afferrava il testimone Giuseppe Catarozzo, commercialista battipagliese, su cui la prima uscita pubblica del sindaco la diceva subito più che lunga: “Non lo conoscevo”. Cioè, se ho ben capito la versione ufficiale dovrebbe suonare grosso modo così: mentre il gruppo liberaldemocratico battipagliese non chiedeva affatto a Santomauro un avvicendamento del proprio esponente in giunta, Marrandino – con una “casuale” tempistica da record olimpico – si dimetteva e Santomauro nominava al suo posto un professionista (sponsorizzato, guarda caso, dai medesimi consiglieri comunali mentori del predecessore) che fino ad allora “non conosceva”.
Lasciando campo libero, dunque, all’ipotesi che le cariche possano pure assegnarsi basandosi esclusivamente sulle influenze empatiche e le predizioni dell’oroscopo giornaliero.

Ernesto Giacomino

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