Treno al lotto

E adesso la stazione servirà finirla davvero, con tutti gli annessi e connessi: dal ponte pedonale – che ormai s’è perso il conto se fosse il più lungo del meridione, d’Europa o della galassia – alla sala d’aspetto panoramica sopraelevata stile Capodichino (per assistere al decollo di quei treni un po’ più spregiudicati), a magari un buco di bar e – perché no – di tavola calda. E toccherà pure eliminare sul serio le barriere architettoniche, che manca ancora il più fesso degli scivoli per carrozzelle finanche al marciapiede d’ingresso, e tralasciamo l’accesso ai sottopassi che messo così è un potenziale preavviso di collo spezzato a prescindere, disabilità o meno.
Un Frecciargento diretto a Roma ha fatto la sua prima fermata a Battipaglia, insomma, tra applausi e gridolini d’entusiasmo e Tito Stagno in diretta a oltranza che non appena s’è zittito il fischio lungo della frenata ha urlato il suo storico “Ha toccato!”. Leggenda narra che le porte si siano aperte sbuffando quel vapore tipico dell’idrogeno delle capsule criogenizzate, e che alcuni viaggiatori con tuta e casco siano scesi spaesati, guardandosi intorno con commozione, mentre dagli altoparlanti della stazione una voce commossa annunciava “è un piccolo passo per l’umanità, ma allontanarsi dalla linea gialla”. E pare che una volta toltisi il casco, qualcuno – pure qua – urlando al complotto e “le cose che non cielodicono” abbia riconosciuto tra gli altri Elvis, Marilyn, Kurt Cobain e Michael Jackson, ma questa è un’altra storia. Cioè no: la solita storia.
Il destino di noi meridionali è il dover essere costantemente messi di fronte a una qualsiasi modernità, altrove già obsoleta e abusata, come indigeni precolombiani davanti a uno specchietto o una collana di perle. Tipo, per dire, che mentre tra Roma e Milano, per accorciare ancora di più i tempi di viaggio, studiano progetti di supertreni a lievitazione magnetica o sparati nelle capsule di Hyperloop, qui s’è da poco lasciata la carrozza coi sedili in legno e la vecchia littorina a nafta Salerno-Sala Consilina in ventisei fermate a fascicoli settimanali.
Da Salerno in giù (specie nell’entroterra, dal Cilento, al Vallo di Diano, alla Basilicata, fino a spingersi ai confini calabresi da un lato e pugliesi dall’altro) l’alta velocità per decenni è esistita solo sulla carta, funzionante poco o male, spesso necessitante di lavori di riadeguamento, di ripetute correzioni di errori del passato, di affrettate pezze a fuoco sui buchi (fisici, ma anche finanziari) lasciati a turno da amministratori locali e centrali. La storia di Battipaglia e del Frecciargento può assumere, in questo senso, una valenza simbolica di riabilitazione sociale e strutturale di un’intera comunità interregionale. Perché a farli fermare un po’ più giù, i treni seri, a noi indios di Terronia d’ora in poi non basterà più dirci “ecco, vedere, questo è grande cavallo di ferro ciuf ciuf” per poi sparire prendendo il largo con le caravelle cariche e il nome scolpito nella storia.
Se, insomma, s’è davvero superato quel confine mentale del “Cristo si è fermato a Salerno” in cui finora Trenitalia e Italo hanno battuto cassa comoda, allora non si torni più indietro. A nessuna velocità.

Ernesto Giacomino

17 ottobre 2020 – © Riproduzione riservata

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