Strazio 1999 di Ernesto Giacomino

Faccio spesso un giochino stupido che mi trascino da bambino: m’immedesimo in un viaggiatore del tempo che si catapulta dagli anni ’70 a oggi per vedere se il futuro è – grosso modo, ovviamente – quello che si prevedeva all’epoca.
Il futuro dell’umanità, del mondo, dell’Italia. Di Battipaglia, perché no. Cosicché, ogni volta, torno mentalmente in quei miei nove-dieci anni tirati su a pane e olio e acqua gasata a idrolitina, mi piazzo virtualmente davanti all’enorme tv in bianco e nero che giganteggiava nel salotto della mia casa d’infanzia e mi sforzo di ricordare come lo immaginassi, quest’attesissimo e struggente passaggio di millennio.
Premessa: togliamo subito di mezzo le macchine volanti. Non ci credevo, non ci ho mai creduto. Fatichiamo a evitare incidenti con quattro ruote a terra e sensi di marcia obbligati e definiti, figuriamoci che succederebbe se ci dessero un intero cielo a disposizione. A Battipaglia, poi: su quali alberi li parcheggerebbero, gli aero-suv, le centinaia di mamme che accompagnano i pargoli fin dentro scuola per non fargli sporcare i piedini su quei cento-dueccento metri di marciapiede lungo e cattivo?
E poi: via Italia e piazza Aldo Moro (ex piazza del Popolo, ed ex – semplicemente – “giardinetti”): chi mai avrebbe pensato che si sarebbero fuse per incorporazione politica? Per noi erano due luoghi vicini, confinanti, complementari, ma comunque strutturalmente separati e destinati a rimanere tali: una per lo struscio e l’altra per le panchine e le pallonate, non osi unire l’uomo ciò che l’urbanistica divide. Dice: e vabbe’, ma ora ci hai la movida, i locali, il kebab e l’happy hour. Sarebbero arrivati lo stesso, che credete. Solo, in mezzo, ci sarebbe rimasta una comoda e signora strada: carrabile di giorno, da convertirsi in pedonabile (e quindi, anche “tavolinabile”) di sera. Con molto più fresco, verde. Anziani sereni e sorrisi distesi. E molti meno luoghi – specie le fontane – da insozzare o assegnare alle pantegane come alloggi popolari.
Altro cruccio che avevo sul finire dei ’70 era la villa comunale di Belvedere: appena allestita, viveva quell’incosciente situazione embrionale delle cose migliorabili. Mi ci figuravo, col tempo, l’insediamento di un parco giochi, di un laghetto artificiale con le anatre e i pesci rossi, di un palchetto stabile per i concerti in stile cerimonie all’americana. E beh, lì il salto nel tempo va fatto all’inverso: guardarla oggi per immaginare come doveva essere stata florida e promettente una quarantina d’anni fa.
E ancora: le De Amicis. Ogni volta che ci entravo e uscivo da scolaro m’intimidiva l’imponenza e l’austerità di quell’edificio immenso, che – sempre nella mia cerebrale tv in bianco e nero del ’78 – col tempo immaginavo ristrutturato, ammodernato, riqualificato, ristretto o allargato fino ad assumere verdeggianti sembianze di campus o un futuristico aspetto da centro ricerche. A saperlo, insomma, che sarebbe divenuto muro sacrificale per gli imbrattatori seriali e comoda zona d’ombra per certe sedute tossicologiche più spicciole e urgenti.
“Il futuro non è più quello di una volta”, recitava più d’un poeta qualche anno fa. Magari, direi io. Significherebbe, almeno, averne avuto uno.

28 luglio 2017 – © Riproduzione riservata
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