Soccorso quasi pronto di Ernesto Giacomino

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Più gente in fila al pronto soccorso che pensionati alle poste il primo del mese. Pazienti semincoscienti e boccheggianti a tempo indeterminato sulle carrozzelle rotte. Familiari e accompagnatori impegnati a darsi il cambio ogni tot ore: non di fianco ai letti nei reparti, ma per sorreggere il malato in sala d’aspetto.
Il pronto soccorso battipagliese, di pronto, non ha più niente. Salvo, ovviamente, i motivi per chiudere. Poi, vabbe’: per quel parlato tronco e pressapochista a cui ci stiamo abituando si farebbe presto a infilare tutti i fatti nel concetto di malasanità. Non fosse, però, che si tratta di un vocabolo ambiguo, che senza cautele va sempre oltre la semplice denuncia per approdare a una sentenza già scolpita e inappellabile. Perché parlare di malasanità significa, sostanzialmente, parlare di colpe di singoli, di cattiva organizzazione, di incompetenza esibita o realmente posseduta.
In realtà, così non è. O, almeno, quasi mai. Ci sono le colpe, c’è la disorganizzazione, c’è l’incompetenza. Ma, più che negli operatori del quotidiano, andrebbero ravvisate in quell’unico grappolone che ci pende in testa da lassù: da Roma, dal governo, dagli Enti territoriali.
Nell’era in cui facciamo videochiamate intercontinentali, prepariamo la colonizzazione di Marte, sintetizziamo millenni di arti e scienze in microscopici circuiti elettronici, non abbiamo ancora trovato un modo per risparmiare sulla spesa sanitaria senza abbassare la qualità del servizio. E col verbo ci sono andato cauto: in realtà paiono più adatti termini come mortificare, svilire, depauperare. Annullare.
Un solo medico, oscillante tra flebo, diagnosi, tracciati e suture; pochi infermieri a inghiottire scale e cazziate per trasportare referti, pazienti, notizie e rassicurazioni dal dentro al fuori. Macchinari funzionanti a singhiozzo, problemi collaterali vari per infrastrutture fatiscenti e manutenzioni dimenticate: lo sporco, le perdite, l’ascensore, il caldo.
E, al di qua, una folla spesso tutt’altro che conciliante. Una folla eterogenea, fatta di gente che è lì sia per emergenze vere che – diciamocelo – per i disservizi dell’altra fetta di mondo sanitario abbandonata a sé stessa: i medici curanti con l’orario visite a spiragli, la guardia medica renitente, i farmacisti col turno sindacale. Tant’è che, ammettiamolo, allo stesso pronto soccorso sanno bene la situazione e ammiccano, collaborativi, pur nella ferocia del turnover giornaliero: il famigerato “codice bianco”, quello per cui l’intervento ospedaliero dovresti pagarlo perché non grave né urgente, non è mai davvero toccato a nessuno.
Funziona così, poco da farci: non ci sarà mai nessuna vera evoluzione o prospettiva di benessere, a fare i taccagni sulla salute della gente; e una comunità seria si misura anche – o soprattutto – su quello. Pur senza alcun richiamo alla retorica cacofonica del “costo della casta” è evidente che, a voler risparmiare davvero, ci sarebbero spese ben più superflue di un medico in più in una struttura dedita a salvare vite. Altrimenti ha ragione chi dice che un malato povero, a parità di patologia, è sempre un po’ più malato degli altri.

19 maggio 2017 – © Riproduzione riservata
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