Se amianto mi dà tanto di Ernesto Giacomino

Battipaglia, via Pastore, marzo 2018. Chiamano un’impresa a rimuovere l’amianto dalla copertura del palazzo, qualcosa va storto, il tetto prende fuoco, e di botto tutto ciò che si voleva evitare proprio con l’opera di smantellamento (cioè, il deterioramento e l’immissione in atmosfera del materiale tossico) diventa una pericolosa realtà. L’ennesima, direi: perché, se in questo caso il danno è stato plateale, altre volte l’amianto, pur essendo stato correttamente asportato, si è reso pericoloso per non essere stato altrettanto correttamente incapsulato e smaltito. Prova ne sia il suo ritrovamento ciclico in detriti e pietrame scaricati abusivamente, spesso ai bordi di strade di campagna confinanti con coltivazioni e allevamenti.
Il problema, in realtà, pare essere un passetto più a monte. Se vivo in un posto in cui è legale tenere una coltivazione di oppiacei, poi però esce una legge e non lo è più, che succede? Basta, stop: occorre smantellarla, disfarsene al momento. Se prima m’era consentito di costruire grattacieli con paglia e fil di ferro, poi a un certo punto la norma varia e me lo proibisce, poco da farci: vanno evacuati e demoliti. In fretta.
Con l’amianto no: dalla messa al bando a tutt’oggi s’è snocciolato tutto un protocollo riccioluto e cavilloso sul modo di affrontare il problema: il monitoraggio, il censimento, le agenzie ambientali, e dimmi se è a vista, e dimmi se è coperto, guarda che se s’incrocia la formula del litio con quella del bario col solstizio d’estate t’è consentito anche d’incapsularlo solo all’esterno, e se è interno facci fare una perizia, magari basta una controsoffittatura con i requisiti previsti dal capitolato x del decreto ministeriale y convertito in legge z con recepimento della tal direttiva UE, ricetta per quattro, sale e condimento quanto basta.
Rattoppi e chiaroscuri legislativi, insomma, per un materiale dichiarato killer da decenni: ufficialmente dall’emanazione della Legge 257 del ’92, ma di fatto roba ambigua fin dagli ultimi anni ’80 (nell’89, quando lavoravo nel siderurgico, la tossicità era già conclamata e molti distributori proponevano prodotti alternativi). Tant’è che trent’anni dopo, dove più e dove meno, risulta ancora presente in decine di migliaia di edifici sparsi sull’intero territorio italiano (magari fu per quello, che l’azienda leader nel settore volle chiamarsi “Eternit”: un nome una profezia, sentenzia quanto vuoi ma di noi non ti sbarazzerai mai).
Certo, uno dice: ma io se posso (e la legge me lo consente) ci metto una pezza, ché quelle operazioni là di asportazione e sostituzione con altri materiali costano parecchio. Tanto più che – come tutti – ce l’ho messo che era assolutamente legale. Vai a dargli torto, insomma. Specie, poi, se i famosi incentivi statali per la bonifica appaiono, onestamente, poco adeguati al bisogno di “cash” dei tanti piccoli proprietari di immobili che vorrebbero eliminare il pericolo.
Il totale, insomma, è che fin quando non ci sarà una strategia istituzionale davvero forte, il problema ce lo trascineremo a vita. Magari fino a diventare, tra millenni, l’unica civiltà a non poter essere riportata alla luce per paura di una contaminazione ambientale.

23 marzo 2018 – © Riproduzione riservata
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