Salviamo la De Amicis

Credo che dell’edificio scolastico De Amicis il giornale dovrà continuare a occuparsi ancora per lungo tempo, atteso che alla concretezza e alle decisioni si preferisce la polemica e la contrapposizione.
Confesso che non mi appassionano molto le progettazioni avveniristiche e futuribili che prevedono lo snaturamento di organismi edilizi che caratterizzano un ambito territoriale omogeneo, ma sono legato ad una idea di conservazione dei luoghi che costituiscono la memoria collettiva di una comunità. Per essere più espliciti penso al restauro conservativo, nel senso urbanistico del termine, dell’edificio scolastico come realizzato circa un secolo fa, come appare nelle bellissime cartoline illustrate dell’epoca, molte pubblicate nel recente libro fotografico di Francesco Bonito, Saluti da Battipaglia.
Il restauro e risanamento conservativo di edifici e luoghi di interesse simbolico e di rilievo, non solo architettonico ma culturale, resta la strada maestra per rendere testimonianza della storia del nostro paese e, quindi, di ognuno di noi.
C’è una bellissima nota introduttiva a uno dei libri su Milano di Tito Livraghi, oncologo noto a livello internazionale prestato alla letteratura, noto per il profondo amore verso la sua città: “Le città somigliano ad un grande teatro. Le quinte sono le vie, le case, le chiese e negozi. Gli attori sono gli abitanti che hanno costruito la trama dello spettacolo interpretandola. Noi siamo gli attori attuali”.
Insomma le case, le vie, le scuole raccontano la storia di una città come se fosse un romanzo, ma con attori veri. Come può continuare la storia di Battipaglia se, col passare degli anni, eliminiamo le quinte che hanno visto ognuno di noi interprete più o meno consapevole di un frammento della sua vita.
La scuola De Amicis rappresenta una delle più importanti quinte della nostra giovane cittadina, insieme a pochi altri edifici di interesse collettivo e rilievo architettonico: il Municipio, il Santuario e, fino a qualche tempo fa, prima di discutibili interventi,  le Comprese, i Casali,  le Piazze, la Stazione Ferroviaria, la Castelluccia.
Conservare gli edifici che sono nel cuore di tanti di noi e restituire loro l’originaria dignità significa conservare le scenografie che hanno fatto da sfondo ai nostri genitori e, prima ancora, ai nostri nonni, veri attori-abitanti; e vuol dire tracciare le origini autentiche di un luogo, per rafforzare il senso di appartenenza e il vincolo comunitario.

Daiberto Petrone

24 gennaio 2020 – © Riproduzione riservata

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