Rione Insanità (di Ernesto Giacomino)

Il progetto di mantenimento del degrado del quartiere Sant’Anna ai bei livelli di mezzo secolo fa s’inquadra nella più ampia iniziativa denominata “Come eravamo”, la cui gestione è una costante che accomuna decenni di diverse amministrazioni comunali.

L’idea è quella di risparmiare sulle noiose cartoline d’epoca – la cui stampa risulta particolarmente costosa e dannosa per l’ambiente – facendo in modo che chiunque abbia piacere e curiosità di scoprire la Battipaglia di una volta non debba fare altro che prenotare un giretto turistico nel “retrostrada” del rione in questione, spaziando da via Nazario Sauro a via Cesare Battisti, deviando per via Oberdan, via D’Annunzio (nella foto), via Diaz, via Baracca.

Un tuffo nel passato, una sana boccata di storia cittadina per poter rivivere, intatti e immutati, quei momenti in cui l’idea di “lampione” era ancora uno schizzetto futuristico di Leonardo da Vinci, opportunamente soppiantata da provvisorie luci pendule da un palazzo all’altro.

Arrivandoci in auto, per dire, si evidenzia subito come la segnaletica stradale dell’epoca (diretta per lo più a disciplinare il traffico di greggi caprini e cocchieri col tiro a sei) fosse notevolmente più semplice ed economica, giacché a un senso unico ficcato da un lato non corrisponde necessariamente un divieto d’accesso montato sull’altro. Così come, ad ogni incrocio, non ti viene indicato in quale direzione puoi svoltare e in quale no, riconoscendoti il sacrosanto diritto di scegliere tra un percorso sicuro e uno scontro frontale col furgoncino del pizzaiolo all’angolo.

Altra peculiarità della zona è il suo originale ecosistema, che da tempo, grazie al perdurare di condizioni climatiche e architettoniche identiche a quelle immediatamente successive alla bonifica agraria, è meta di ricercatori e studiosi provenienti da ogni angolo del mondo per osservare la crescita autoctona di specie vegetali e animali altrove in fase di estinzione.

È il caso, ad esempio, della famosa “mucillaginem cessiferea”, una rara variante di melma rinvenibile solo sulle condotte fecali a vista, così come della “cynodon decreapitum”, una gramigna infestante che s’insinua esclusivamente in marciapiedi che non abbiano più subito alcuna manutenzione dopo la ricostruzione post-bombardamenti.

Ultima in elenco, ma prima per grado di attrattività turistica, la persistenza esclusiva in queste zone di una specie animale sparita ormai ovunque, finanche nei meandri più inesplorati dell’Africa nera: il rattopardo. Ovvero, una bestiolina dalle sembianze ibride, con colore e caratteristiche di un topo e dimensioni di un leopardo. Qualcosa, presumibilmente, di origine aliena, alla cui presenza si associa uno degli eventi più enigmatici della storia del quartiere: i cerchi nel grana.

Non mancano, in ciò, note dolenti che ciclicamente minano la serenità di questo piccolo e incontaminato angolo di paradiso. Ad esempio, il panico d’un paio di settimane fa, causa un suono acuto e stridente che di colpo ha inondato la quiete dei vicoli. Affacciatisi ai balconi, i residenti hanno assistito a una scena da film di Spielberg: entità color blu notte emettevano versi insoliti soffiando in apparecchi luccicanti. Dietro di loro, un curioso veicolo bianco lanciava ovunque laser violacei, attentando all’incolumità dei palazzi. Solo l’intervento di un anziano del posto ha evitato che la situazione degenerasse: “State calmi”, ha detto, “li riconosco: sono vigili urbani”.

Fortuna che ne aveva già visto uno, lui, da quelle parti. Nel ’53.

Ernesto Giacomino

 

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