Più Europa, meno Battipaglia

Giacomin-257
“Dieci cammise e manco ‘nu cazettino”, recitava mia nonna. Come dire: abbondi di ciò che ti serve di meno. A circa quattro anni dall’avvio della famosa retrostazione di via Rosa Jemma/via Brodolini pare ora di tirare le somme.
Per un’improvvisa penuria di cash ci hanno stralciato una serie di accessori e ammennicoli vari, e va be’, ma vai ad accorgertene. Nemmeno saprei dire a che si riferiscono, in realtà, giacché mai chiara m’è stata la portata globale dell’intervento. “Retrostazionare” una stazione che di fatto non esiste mi pare già in sé un paradosso più che sufficiente, hai voglia a metterti con carta e penna a spiegarmi il roboante salto di qualità dall’ieri all’oggi. Sul davanti, dico, a piazza Ferrovia, c’è roba mai finita: finti locali ristoranti (dalle vetrate bellissime, però), finti depositi, finto belvedere da sala d’aspetto sopraelevata (mai resa agibile e sbarrata a metà scala), vere (e vergognose) barriere architettoniche che offendono secoli di evoluzione sociale. L’ennesima “incompiuta” che langue (cosa ancora più grave) nell’indifferenza generale. Il tutto inserito in una dequalificazione e regressione totale del traffico ferroviario che non giustificherebbe un solo euro di spesa accessoria, figuriamoci i milioni. Tutto quello che sta nascendo, alle spalle di cotanto squallore, mi suona da cattedrale tra le palafitte.
Sbaglierò, ma mi sa che abbiamo un senso dello sperpero inversamente proporzionale a quello del decoro. All’inizio della consigliatura Santomauro si realizzò la rotatoria tra via Belvedere e via Don Minzoni (altezza PalaZauli, per capirci), interamente ricoperta da un’aiuola fiorita e con un cartello riproducente la scritta “I love my city”. Oggi, lì, di fiori nemmeno più l’ombra; l’erba s’è rinsecchita e l’aiuola fa da microdiscarica di cartacce e vuoti di birre. Resiste la scritta: “I love my city”. E il commento automatico che ne scaturisce: “’Mazza, figuriamoci se la odiavi”.
Quella del verde pubblico, peraltro, è proprio una pecca tutta nostra, ce la trasciniamo nel dna da decenni. Siamo gli Attila della Piana, ma ancora più sadici dell’unno originale: dove passava lui non cresceva più l’erba, noi invece prima la piantiamo e poi aspettiamo che ci si secchi fra le dita. La villa comunale di via Belvedere balza all’occhio già da lontano, per queste distese giallo-brunastre dovute al manto andato in malora. E il concetto di viale alberato – specie dopo aver costosamente immolato via Italia ai nostalgismi dell’architettura littoria – qui, e solo qui, i nostri figli lo recepiscono come una leggenda metropolitana da verificare in internet.
Anziché presentarci a Bruxelles col progetto ultramilionario dell’Enterprise, dico, ci si poteva tarare su du’ spiccioletti per occuparsi finalmente di problemi terrestri. Anche quello è sviluppo, futuro, programmazione. Perché magari nei paesini non ce l’avranno, l’infrastuttura futuristica cromata che fa pendant con le sfumature plumbee del cielo d’autunno. Ma – ah, li vedeste – nei pomeriggi in piazza hanno un fresco e un odore d’agave che stordisce.

29 luglio 2016 – © Riproduzione riservata
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