Non so di non sapere di Francesca Alfinito

Tony Brewer, scrittore e professore di filosofia, ha presentato il suo ultimo libro a Battipaglia

Lo scorso 20 aprile, l’Hotel Palace di Battipaglia ha ospitato il professore Tony Brewer in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Non so di non sapere.
L’evento, a cui hanno preso parte anche studenti, docenti e appassionati di filosofia, ha fornito diversi spunti di riflessione in merito alla società dei nostri giorni, con particolare attenzione all’efficacia dell’attuale sistema scolastico. Dopo una breve introduzione tenuta da altri relatori, Brewer ha preso la parola sintetizzando i temi generali e fornendo la chiave di lettura di un testo indubbiamente originale. Il professore ha instaurato coi suoi uditori un dibattito finalizzato al reciproco arricchimento, rispondendo alle domande dei convenuti con entusiasmo e un pizzico di sarcasmo, in modo da catturare a pieno l’attenzione generale. È proprio l’ironia l’elemento portante del libro, il cardine intorno al quale ruotano una serie di considerazioni sull’essenza della filosofia e sulla sua attualità, in relazione all’odierno contesto sociale.
A prima vista può sembrare un’opera atta a sovvertire l’intero sistema filosofico concepito dai celebri pensatori, e questo risulta ancora più singolare, tenendo conto che è frutto della penna di un docente di filosofia. D’altronde è evidente il messaggio contenuto nella prima parte della prefazione, volutamente provocatorio: “Non leggetelo perché parla di filosofia, e la filosofia non serve a niente, non è mai servita a niente”. In realtà Brewer si serve di un meccanismo antifrastico per esprimere la sua ostilità verso una disciplina che “non è filosofia autentica, bensì storia della filosofia”. La critica è innanzitutto rivolta alla categoria di docenti che propone ai propri alunni un modello didattico acritico e dottrinale, abbandonandosi a cavilli e sottigliezze che fanno perdere di vista il concreto ruolo della materia. Ammettendo di “aver decontestualizzato molte massime”, il professore sembra a tratti ridicolizzare le parole dei grandi pensatori, demistificando il loro operato e mettendo in luce gli aspetti contraddittori delle loro considerazioni. Dunque il lettore si lascia coinvolgere in un gioco dal tono sardonico e fortemente allettante, dal momento che è invitato a sorridere di fronte alle citazioni di quei saggi che generalmente suscitano una riverenza incondizionata. In realtà, da una critica così efferata, emerge un inno alla filosofia pura, madre del pensiero autonomo, in opposizione all’apprendimento passivo che negli ultimi tempi trionfa nelle scuole. Lo sguardo disilluso dell’autore si posa sugli alunni stanchi di ascoltare paroloni e di fare propri principi dogmatici senza sviluppare alcuna capacità di ragionamento. Questo approccio conduce ad una filosofia snaturata che non è più studio delle idee, bensì una fiacca accettazione di esse. Alla fine del libro l’attento lettore non rimane indifferente, sarà indotto a rivedere in maniera critica il proprio percorso culturale, la propria storia, chiedendosi quanto ci sia di accademico o di autentico nella quotidianità di ciascuno.

5 maggio 2018 – © riproduzione riservata
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