Non è una guerra?

È tempo di analisi, di valutazioni, di autocritiche. Dal putiferio elettorale degli ultimi mesi bisogna pur trarre qualche lezioncina per il futuro, ché dagli sbagli s’impara, e chissà se Battipaglia imparerà.
se gli induisti avessero ragione in merito alla metempsicosi e, reincarnandomi, dovessi ritrovarmi candidato alle amministrative nella nostra meravigliosa città, vorrei che rimanessero comunque scolpiti nella mia mente i giorni infuocati vissuti dai battipagliesi fino al 19 giugno, sì da ricordare cosa dovrei fare e cosa dovrei assolutamente evitare.
Tra i faraonici tesoretti destinati alla campagna elettorale – quelli che poi, nei comizi e nei discorsi di ringraziamento, diventano “i pochi spiccioli che ho speso per queste elezioni” – terrei da parte dei soldi da versare sul conto corrente di qualche mago del computer, al quale chiederei di disattivare i pc dei miei supporter fino al giorno del ballottaggio.
No more Facebook! Non vorrei post chilometrici tramite i quali, coi toni enfatici dei discorsi dannunziani a Fiume, i miei amici potrebbero chiedere ai battipagliesi di votare per me perché sono bello, bravo e preparato. All’improvviso, man mano che ci si avvicinava all’election day, diventava sempre più avvincente il derby tra i sostenitori delle parti avverse, e di giorno in giorno ci si autoconvinceva a votare Cecilia per quanto detto dall’amico di Gerardo o a preferire Gerardo per quanto riferito dall’amico di Cecilia. Una tenzone a colpi di post tesa a favorire il candidato avversario nella corsa a Palazzo di Città.
Ancor di più disprezzerei l’idea di ritrovarmi supportato da qualche utente nascosto dietro un account falso: tutti noi, in questi mesi, sui social abbiamo dovuto ignorare un bel po’ di richieste da parte di accaniti e anonimi sostenitori, celati dietro nomi maschili e femminili di fantasia, dagli scontati “Andrea Rossi” e “Maria Esposito”, passando attraverso qualcuno di più originale del calibro (sto fantasticando) di “Guido Lamacchina” o “Marco Visita”, fino ad arrivare ai vari “Veladiciamonoilaveritàsullelezioni” e “Eccocosacistadietrochisipresenta”. Si tratta degli Adam Kadmon della situazione: sono quelli che, impegnandosi, spiattellerebbero pure prove dell’appartenenza del candidato avversario alla Massoneria o a qualche gruppo cospirazionista intenzionato a sperimentare il New World Order lungo le ridenti sponde del Tusciano. “Ci metto la faccia” non vuol dire che metto quella di Belen o quella di Raul Bova nell’immagine del profilo a corredo del mio fake account.
Eviterei, inoltre, di parlare sempre di “nuovo”. “I miei candidati sono più nuovi dei tuoi”. “Dietro di te ci sono persone più vecchie dei miei nuovi”. “Io ce l’ho nuovo”, che farebbe impallidire il buon vecchio Umberto Bossi, che coniò il più duro tra i ce l’ho. Parlerei di programmi e contenuti, e non di quanto sarei nuovo, ché il nuovo, poi, diventa vecchio, e a quel punto, quando e se ti ripresenterai, che cosa dirai agli elettori? “Son sempre nuovo, ma un po’ meno nuovo dell’altra volta”?
Non vorrei, poi, qualche illustre patrocinio extraurbano. Alcuni governatori saranno davvero in gamba, e lo saranno pure molti procuratori, ma le elezioni vorrei vincerle tra i battipagliesi, e non dando in pasto ai miei concittadini il nome del governatore-che-torna-indietro o del procuratore-che-mi-smentisce.
E poi, cari i miei candidati del futuro, sorriderei. Sono elezioni, non è una guerra! All’indomani del ballottaggio, ci si risveglia tutti dalla parte del bene comune. Nessuna ritorsione, né da parte di chi vince, né da parte di chi perde. Per chiunque io abbia votato, il candidato che non ha beneficiato del mio consenso adesso non verrà di certo qui a spingere la mia testa contro la tastierhfaodfhaofhaofhaodirhaoihoaiffhaada

1° luglio 2016 – © Riproduzione riservata
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