Nessuna nuova, cattiva nuova

Qualche anno fa venne a mancare un mio coetaneo, stimato professionista battipagliese ma soprattutto mio amico: circostanza, questa, per la quale avevo appreso della sua malattia fin dall’inizio, sapendo perfettamente dov’era allocata in origine e tutto il percorso aggressivo che aveva fatto in seguito. Totale, insomma: una neoplasia che, fidatevi, con la qualità della nostra aria non aveva nulla da spartire. 
Eppure, fin dal giorno stesso della sua dipartita, sui social di amici comuni si rincorsero sue presunte “ultime parole” in cui imputava la sua patologia all’insalubrità ambientale battipagliese e all’incoscienza di politica e imprenditoria locale. Parole mai dette, ovviamente, e opinione mai avuta. Ma, nell’ovvia impossibilità di una smentita, a furor di popolo divennero verità (e per alcuni, purtroppo, comodità).
Un episodio, chiaro. Che però fa il paio, il tris, il poker e tutto il cucuzzaro con altri casi di tentativi, magari in buona fede, di omogeneizzazione del pensiero facendo leva sui timori (per quanto giusti) e l’esasperazione (per quanto condivisibile) di un popolo. Tipo, altro esempio, questo esserci auto-avocati dalle vicissitudini dell’agro aversano quel triste appellativo di “Terra dei Fuochi”, che sbandieramo e adattiamo ai nostri fatti con uno sproposito poco percepito: perché un conto è la gestione presumibilmente irregolare di attività di trattamento rifiuti comunque lecite, un altro è scoprire che t’hanno sotterrato sotto i campi migliaia di tonnellate di fusti di scorie chimiche, tossiche e potenzialmente mortali per il solo contatto. Obiettivamente, come analogia, è un tantino forzata.
Attenzione, facciamo a capirci: sono certo come tutti che le esalazioni e la tragedia ambientale che investono Battipaglia hanno corpose probabilità di pesare sulla nostra salute e quella delle generazioni future in maniera un tantino più seria di un’inalata di aerosol o una spalmata di vicks. Ma a non supportare sempre giudizi e timori con il conforto di fonti e dati certi e inappellabili c’è il rischio di passare per pallonari, e che il problema venga preso sottogamba. Informarci per informare, ché a scambiare un giustificato sospetto per una patologia acclarata non c’è assolutamente da guadagnare, anzi.
Lo stesso accade per il Registro Tumori, quotidianamente invocato come banco di riscontro di tutte le nostre più recondite paure. Dice: andate là, leggete, i fatti confermano. In realtà no: quel registro, oltre a non essere completo circa le zone di copertura e rilevamento dei dati (l’attivazione e gestione è demandata ai rispettivi Enti territoriali di competenza), laddove funzionante e operante presenta parecchie pecche di aggiornamento (basti pensare che nella provincia di Salerno gli ultimi dati rilevabili risalgono al 2013). Per carità: nessuno dice che non sia così, che certe patologie tumorali non siano comunque in aumento in concomitanza con determinate situazioni di disagio ambientale. Però, ecco: a maggior ragione, muoviamoci prima in quella direzione, pretendiamo che in quelle righe e caselline statistiche del registro ci siano dati freschi e attuali, che supportino la nostra protesta.
Perché, poi, a passare da soggetti a rischio a cacciatori d’untori il passo è breve. E qui, più che la credibilità, c’è in gioco la nostra pelle.

Ernesto Giacomino

8 novembre 2019 – © Riproduzione riservata

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