Natale

Il rimbombo della voce di mio padre mi suonava ancora nello stomaco quando ripensavo alla sua richiesta. Le volte che mi aveva concesso la parola per primo si contavano sulle dita delle mani. Avevo otto anni e quell’incarico mi sembrò la chiave per entrare nel suo mondo che di solito teneva serrato col catenaccio. Avrei trovato il muschio per il suo presepio anche in capo al mondo. Fino ad allora infatti, mi aveva consentito di guardarlo mentre lavorava al suo capolavoro solo a distanza, non potevo neanche sognare di toccare i suoi pastori, che teneva gelosamente ammucchiati nel sottoscala. Era lì che trascorreva i weekend quando rientrava dai suoi viaggi. 
La missione non era semplice, la nostra casa si trovava in una campagna assolata e arida anche in autunno, ovunque c’erano campi coltivati e le poche piante rimaste crescevano nei giardini serrati delle abitazioni. Con la bici raggiunsi un vecchio canale del consorzio di bonifica, era circondato da pini e carrubi che da anni non vedevano le forbici da potatura. Vicino c’era un antico muro di pietra dove la luce a stento penetrava tra i rami, era ricoperto di muschio verde brillante. Presi il coltello, che di nascosto avevo tirato via dal cassetto della cucina e lo infilai con la mano tremante nella terra umida al di sotto, avendo cura di non strappare il tesoro appena trovato. Ne raccolsi diversi pezzi, grandi quanto le mattonelle della mia stanza, li riposi in una gabbietta di fortuna trovata lì intorno e rientrai. 
Lo sguardo di mio padre rimase immobile. Quando vidi il muschio confezionato nella busta del centro commerciale, capii che non aveva mai pensato a un esito positivo della mia impresa. “Userò il tuo – mi disse – è molto più bello” e iniziò a posizionare i suoi pastori: c’era Benino il pastorello, il beduino egiziano, la lavandaia, il vinaio, Ciccibacco con gli zampognari, ma anche la zingara, il bambino nero, il soldato cosacco e mille altri personaggi che aveva preso nelle diverse tappe dei suoi giri per il mondo. Mentre il presepio prendeva forma mi parlò di sé per la prima volta. Seppi così, quel pomeriggio, che in Afganistan si era ferito a un piede e per due mesi era stato in un ospedale da campo, che in Iraq aveva perso il suo migliore amico e che quando ero nato non era potuto tornare a vedermi perché era a capo di una squadra in Libano e non se l’era sentita di abbandonare i suoi uomini. In quel il momento smisi di guardarlo con gli occhi pieni di rancore di mia madre, pur sapendo che quello sguardo, a lei, avrei dovuto nasconderlo per sempre. Di certo lo avrebbe considerato come un tradimento da parte mia.
Ancora oggi nel giorno dell’Immacolata tiro fuori i pastori del mio papà per addobbare il salotto. Ho sempre pensato che, nel giorno in cui aveva abbandonato per sempre la sua abitazione per raggiungere la sua nuova famiglia a migliaia di chilometri di distanza da noi, li avesse lasciati volutamente a casa, perché li tenessi io.

Iole Palumbo

18 dicembre 2020 – © Riproduzione riservata

Facebooktwittermail