Mamma, ho perso la scuola!

La campanella non suona più. Le strade sono vuote e desolate. Gli schiamazzi dei nostri ragazzi, all’uscita della scuola, diventano ricordi nella memoria autobiografica. All’improvviso, guanti e mascherine sono entrati di prepotenza nella vita di ognuno di noi. Abbiamo dovuto fare i conti con la distanza sociale e la quarantena forzata, incrementando un sentimento forte e, spesso, invalidante: la paura. 
L’uomo ha da sempre dovuto convivere con guerre, pestilenze e malattie ma, in quest’epoca, in cui le notizie viaggiano a velocità supersonica, la paura convive e si rinforza nell’era digitale dove ogni minuto arrivano aggiornamenti e notizie e, i nostri ragazzi, figli di quest’epoca virtuale, hanno pagato il prezzo più alto: la deprivazione del proprio Sé Sociale all’interno di un contesto impaurito e spaventato. Le mura della scuola sono state sostituite da mura domestiche, la sveglia la mattina non suona più. Inizia il viaggio nelle videolezioni, gli insegnanti e i compagni di classe sono click di un mouse e, fuori da quella stanzetta, il mondo combatte un nemico invisibile.
È risaputo che più siamo connessi nel mondo virtuale, più ci allontaniamo dalle semantiche relazionali che costruiscono le nostre identità. E questa è la conseguenza più grave e prossima per i nostri ragazzi: perdere pezzi del proprio Sé che, tramite la scuola, si costruiscono con la relazione con l’insegnante e con i compagni di classe. Facciamo un esempio: i bambini tra 6 e gli 11 anni non hanno i presupposti per poter potenziare le funzioni cognitive superiori, base di ogni apprendimento, senza aver un contesto adeguato e un adulto di riferimento che li aiuti in questo delicato processo. Necessitano di una figura che li accompagni, che sia per loro un faro e, la mancanza di contatto sociale, soprattutto in questa fascia d’età, comporta una forte regressione. 
La didattica a distanza, allora, non è una soluzione al grande problema della pandemia Covid-19 ma, dobbiamo pensarla in termini di scialuppa di salvataggio, date anche le notevoli conseguenze psicologiche. Pensiamo allo studio condotto dall’Associazione Nazionale Di. Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap, Cyberbullismo) in collaborazione con Skuola.net, che ha compiuto un’indagine su un gruppo di novemila ragazzi tra gli 11 e 21 anni a seguito del lockdown. Circa l’80% dichiara di aver cambiato gli orari in cui si svegliano e in cui vanno a dormire. Altra abitudine cambiata è l’alimentazione, con il 40% che dice di “mangiare a qualsiasi orario”. Per non parlare dei ragazzi che dovranno sostenere esami per il passaggio di ciclo scolastico. Scarsa motivazione e disinteresse sono i sintomi accompagnati da maggiori picchi di ansia da prestazione. 
Allora, nell’epoca della digitalizzazione, l’abuso della stessa ha dimostrato che niente sostituirà il contatto umano e che, la civiltà può vincere solo tramite la relazione umana e, come disse, De Amicis, ”la tua classe è la tua squadra”. Nessuno si salva da solo.

Anna Lambiase, psicologa e tutor Dsa

30 maggio 2020 – © Riproduzione riservata

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