Le mille balle blu

C’è un nesso inversamente proporzionale, a Battipaglia, tra la diffusione capillare dei parcheggi pubblici a pagamento e la frequenza (o meglio, costanza) di controllo sul regolare pagamento del relativo talloncino di sosta. Se da un lato, ormai, s’accorre a dipingere le famigerate “strisce blu” pure in box e cantine delle località più periferiche (e a installare il relativo parcometro, che pare sia in omaggio ogni cinque posti per i residenti con la tessera fedeltà), dall’altro latita qualunque sistema certo d’incasso, monitoraggio e sanzionamento dei furbetti inadempienti. Col risultato, a tutt’oggi, che l’unica differenza tra parcheggiare in un posto gratuito o in uno tassato sia la resa estetica dell’abbinamento tra il colore delle strisce e quello dell’auto.

Certo, dice: ci sono i vigili. Che sì: quando possono, quando l’ordinario gli concede tregua, lo fanno, per carità. Ma sono tipo in rapporto da uno a cento, rispetto ai luoghi da presidiare. E di certo, pur con tutto lo sforzo di volontà possibile, non possiedono il dono dell’ubiquità per controllare simultaneamente tutti i posti auto a pagamento della città.

In tutto ciò, naturalmente, s’infilano i parcheggiatori abusivi. Che vengono là e te lo dicono chiaro chiaro, impudenti e impuniti: “no, dotto’, non sprecate soldi in quelle macchinette, qua nessuno controlla, piuttosto offritemi un caffè che ho freddo e tengo famiglia”. Che a me, detto per inciso, e ok il mezz’euro al tizio davanti al discount, che quantomeno s’offre di portarti la spesa o posarti il carrello, ma la logica per cui dovrei pagare uno solo perché gironzola per qualche ora nello stesso spiazzo in cui ho parcheggiato m’è sempre sfuggita. Non mi trovi il posto, non mi fai fare manovra, non mi dai un occhio all’auto e manco fai la mossa d’aiutarmi se ho una busta in mano: perché credi d’esserti “guadagnato” un caffè? Sei abusivo, e ok, ma almeno sii pure parcheggiatore. A Napoli, a Porta Capuana, ‘on Pasquale per due euro l’intera giornata mi lavò il parabrezza e mi mise a pressione una ruota sgonfia con un compressorino che “teneva per i megli clienti”. E quando andai a riprendere l’auto mi offrì il caffè dal thermos che gli preparava la moglie.

No, per dire: la ruggine sulla muffa. Non si controlla chi non paga, ma nemmeno chi incassa da chi non paga. Una struttura piramidale che, a farla lievitare, alla lunga metterà giù tanto di quel sommerso da poterci pareggiare qualche capitolo di disavanzo del bilancio comunale.

Totale, allora: c’è ancora speranza – come paventato da anni – che il servizio parcheggi venga finalmente affidato a una qualche società, o almeno cooperativa, o almeno associazione, o almeno gruppo di amici volenterosi, circolo di dopolavoro, club dell’uncinetto, che frutti qualche soldino che ripaghi almeno la spesa di pitturazione delle strisce, o l’andazzo sarà sempre questo? No, perché poi, quando nei posti che volevi pagare ci sono auto aggratis da un’intera giornata, e allora sei obbligato alla doppia fila o le due ruote sul marciapiede, e ti becchi la paternale del fischietto di ronda come fossi tu, il principale sovvertitore di regole dell’intero Codice Stradale, allora il fatto sfotte. E fidatevi, sfotte parecchio.

21 dicembre 2018 – © Riproduzione riservata
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