Lavoro: notizie buone, discrete e pessime di Carmine Landi


La notizia che nessuno s’aspettava arriva di martedì.
È il 26 di settembre, di primo pomeriggio, quando da Palazzo Santa Lucia arriva la comunicazione: la giunta regionale ha proposto al Ministero dello sviluppo economico di definire una nuova area di crisi industriale complessa. Nell’elenco c’è soltanto un comune salernitano: è Battipaglia.
«Siamo stati inseriti nell’area di crisi: ce l’abbiamo fatta!», urla entusiasta Cecilia Francese. Lo dice ad Anselmo Botte, segretario provinciale della Cgil di Salerno, che tanto ha brigato alla ricerca d’un riconoscimento simile per la città di Battipaglia.
La sindaca e il sindacalista, neanche a farlo di proposito, sono a pranzo insieme. Appresa la notizia, esultano trionfanti. Poi smorzano l’entusiasmo: «C’è da attendere il Mise», si dicono.
L’ultima parola spetta a Carlo Calenda, anche se è raro che i ministri respingano le proposte delle amministrazioni regionali. E la giunta di Palazzo Santa Lucia, guidata dal governatore Vincenzo De Luca, vuole il sì. «Per la prima volta – dicono il presidente e l’assessore alle attività produttive Amedeo Lepore – la Campania si dota d’un provvedimento che definisce le aree di crisi industriale complessa».
Tra le aree di crisi non complessa, decretate dieci mesi fa, Battipaglia c’era già, ma insieme ad altre città del Salernitano. Ora le cose cambiano, e all’ombra del Castelluccio c’è l’unico comune della provincia che potrebbe beneficiare del provvedimento. Sono tre i poli di crisi presi in considerazione dalla giunta regionale: c’è l’area di Acerra, nel Napoletano, di Marcianise, nel Casertano, e d’Airola, nel Beneventano; c’è il polo tutto partenopeo, con Torre Annunziata e Castellammare di Stabia; c’è l’area di crisi di Solofra, nell’Avellinese, e, appunto, di Battipaglia.
Sarebbero stanziati parecchi quattrini a supporto dei programmi d’investimento finalizzati alla riqualificazione produttiva dei territori colpiti dalla crisi: fondi decretati dalla legge 181 del 1989. A erogarli, ancora una volta, sarebbe Invitalia, un’agenzia del Ministero dell’Economia. L’area di crisi complessa è molto di più di quella semplice: stavolta, infatti, gli imprenditori e gli operai intenzionati a investire a Battipaglia e negli altri comuni dei tre poli non dovrebbero più competere con tutte le altre aziende delle aree di crisi non complesse dell’Italia intera. Stavolta i finanziamenti sarebbero vincolati soltanto all’area di crisi complessa campana, verrebbero proporzionalmente ripartiti tra i comuni e potrebbero arrivare pure a più riprese: di consueto si parte con un stanziamento da 15 milioni di euro. E a Palazzo di Città si sorride: «È un’ottima notizia – dice raggiante la Francese – ed è l’ennesima dimostrazione di perseveranza politica». La sindaca aggiunge: «La misura, che avevamo richiesto a Lepore, servirebbe sia ai lavoratori che agli imprenditori». Soddisfatto anche Botte di Cgil Salerno, che aveva reclamato più volte il riconoscimento: «Lo sosteniamo – dice – perché area complessa vuol dire che per i lavoratori s’allarga la possibilità di beneficiare di ammortizzatori sociali».   

Le reazioni
«Questa è la dimostrazione del fatto che a Palazzo Santa Lucia non c’è una maledizione ai danni di Battipaglia e che la Regione non è un nemico». Parola di Egidio Mirra. Il consigliere comunale del Pd aggiunge che «la giunta dem campana dimostra di guardare con attenzione a Battipaglia e ai suoi problemi», spiegando che «s’avrà la certezza di finanziamenti da almeno 15 milioni di euro». E striglia l’amministrazione: «La Francese dice che è merito suo, ma a Palazzo di Città ci si dovrebbe occupare piuttosto di sbloccare lo stallo sulla vicenda Asi». Esortazioni simili a quelle del segretario dem Davide Bruno: «Ora si adotti il piano degli insediamenti produttivi e si metta da parte la vicenda Asi, dedicandosi a un accordo di programma». Soddisfazione bipartisan, visto che pure il capogruppo consiliare forzista Valerio Longo parla di «un riconoscimento che attrae notevoli investimenti» ed esorta la politica «ad essere all’altezza e a governare i processi» e la burocrazia «a essere efficiente e limitare i tempi di risposta, aiutando il cittadino e l’impresa». Critiche dall’ex sindaco Fernando Zara, riferimento di Rivoluzione Cristiana, che in queste ore s’avvicina di nuovo a FI: «Un imprenditore non può sentirsi attratto da un’etichetta simile; soltanto la parola “crisi” fa da deterrente a qualsiasi volontà d’investire. Abbiamo bisogno d’altro».

Lo spettro delle fonderie
C’è chi teme che l’iniziativa regionale sia un contentino per far sì che in città arrivino le Fonderie Pisano, ma la Francese non ci sta. «Finché ci sarà quest’amministrazione – promette – le Fonderie Pisano a Battipaglia non s’insedieranno mai». Dice che «è triste che si voglia minimizzare un risultato storico tirando in ballo di nuovo questa voce, già confutata da inequivocabili atti amministrativi». Il riferimento è alla delibera consiliare del 13 dicembre 2016, passata al termine d’una seduta monotematica sulle fonderie, e a quella di giunta del 21 settembre scorso, che dovrebbe servire a limitare gli insediamenti di industrie ecologicamente impattanti. La sindaca aggiunge: «Nella nostra area industriale non c’è nemmeno lo spazio di cui necessitano le Fonderie». Cioè 70mila metri quadri, che però sarebbero nella zona ex Interporto, nei terreni espropriati dall’Asi per un progetto naufragato. Su quei lotti si gioca la partita del recesso comunale dal Consorzio, legittimato lo scorso luglio dal Tribunale di Salerno. Ora si dibatte sull’autonomia di governo dell’agglomerato industriale, in particolare di quell’area, e l’ultima parola spetta al Consiglio di Stato, che dovrà pronunciarsi sul caso Agrifina: ad agosto del 2016, in esecuzione di una sentenza del Tar, il Comune autorizzò l’azienda Agrifina a realizzare un opificio nei terreni ex Interporto. Mancava il nulla osta dell’Asi, del quale non si tenne conto in virtù del recesso. Il Consorzio s’appello al Consiglio di Stato: giovedì 28 settembre c’è stata l’udienza e a giorni i giudici s’esprimeranno. E se capovolgessero il verdetto del Tar, l’ultima parola sulle Fonderie spetterebbe all’Asi, ma in quella zona il presidente del Consorzio, il battipagliese Antonio Visconti, vuol realizzare un hub agroalimentare, cioè un interporto in miniatura.

Il caso Simer
Intanto 47 famiglie finiscono in strada. La crisi industriale prende di mira la Simer. Giovanni Marrandino, patron dell’azienda che produce pastiglie freno per gli autoveicoli, ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per cessazione d’attività. Una scelta figlia d’una crisi che ha preso il “la” nel 2012, tra difficoltà finanziarie, problemi con le banche e calo di commesse. Qualche mese dopo, la società, che all’epoca aveva 72 dipendenti, mandò a casa le prime dieci persone. Poi in molti hanno deciso d’andarsene, e nel giro di quattro anni i dipendenti sono rimasti in 47. S’è fatto ricorso a ogni tipo d’ammortizzatore sociale, ma non è bastato: il fardello debitorio è lievitato fino a poco più di quattro milioni di euro, con un’esposizione verso i lavoratori che, tra arretrati e trattamenti di fine rapporto, ammonta a un milione d’euro. E per due volte i rappresentanti sindacali provinciali di Filctem Cgil, Uiltec Uil e Femca Cisl non hanno voluto sottoscrivere un accordo che prevedeva il licenziamento collettivo: prima attorno al tavolo convocato il 10 agosto in azienda; poi, nei giorni scorsi, a Palazzo Santa Lucia dinanzi ai funzionari della Regione.

Foto di Gerardo Nicolino

6 ottobre 2017 – © Riproduzione riservata
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