La “lampadina” di Cartiere di Carmine Sica


Schivo e umile, ci accoglie a casa sua quasi meravigliato dell’attenzione che gli si dedica. Prima di sederci, attraversiamo qualche catasta di libri che ci introduce a quello che è il suo curriculum: Carmelo Cartiere, battipagliese, ha studiato fisica a Pisa, si è laureato in ingegneria del software ad Oxford, specializzandosi poi in ingegneria quantistica del software. A breve sarà in California per gli studi in ingegneria astronautica. E a Baltimora, alla John Hopkins, per gli studi in ingegneria biomedica. Ma per capire chi abbiamo davanti è necessario riavvolgere il nastro e partire dall’invenzione che lo ha portato alla ribalta su varie riviste scientifiche.

Come è cominciato tutto?
«Il mio socio in questa avventura, Rosario Valles, è un medico chirurgo. Molti sono i problemi che negli ospedali si verificano per la naturale presenza di agenti patogeni. Come certificato dall’OMS, poi, l’abuso di antibiotici ha reso resistenti questi agenti. Leggevamo alcuni studi su come abbassare le cariche batteriche con onde elettromagnetiche e luminose. E cominciammo a fare esperimenti sulle prime colture batteriche. Dapprima realizzammo un prototipo di lampada efficace, poi un secondo che fosse anche efficiente. Il principio fondamentale è questo: le lampade non devono sterilizzare l’ambiente, bensì ridurre i microrganismi in quantità tali da non costituire più un rischio per la salute umana. Abbassare le concentrazioni e non sterilizzare, cosicché il sistema immunitario umano resti sempre a contatto con i vari microrganismi e non smetta mai di imparare. Sostanzialmente il processo avviene in presenza di una luce blu, molto scomoda per la vita quotidiana. Il terzo passo è stato quello di ottenere lo stesso effetto con luce bianca. Ci siamo riusciti ed ora è tutto brevettato. Tutto questo lavoro è stato fatto a Battipaglia».

Chi ha creduto nel progetto e lo ha finanziato?
«In Italia è molto difficile fare impresa. Da un lato ti scontri con il mancato aiuto di uno Stato che preferisce finanziare progetti opinabili, dall’altra ci sono le banche che spesso non hanno gli strumenti per poter analizzare i progetti proposti. E quindi in Italia l’impresa possono farla solo gli imprenditori. Si preferisce finanziare l’imprenditore e non l’impresa, e questa confusione dei piani genera imprese che poi non investono in sé stesse e in ricerca, e dunque arretrano pur avendo un imprenditore ben finanziato. Noi, dopo tanti sforzi, abbiamo trovato nella Cassa Rurale di Battipaglia la banca che ha valutato in maniera attenta la nostra ricerca e il nostro progetto, affiancandoci nella parte finanziaria».

Avete cominciato a produrre e a vendere?
«Abbiamo costituito la Nextsense come un centro di ricerca extra muros, che fa impresa, e in collaborazione con Enea, una start-up innovativa riconosciuta dal Mise. La commercializzazione è già cominciata nello scorso marzo con tutti i certificati necessari: registrazione al Ministero della salute e certificati di sicurezza elettrica e fotobiologica, che consentono l’uso di queste lampade in maniera continua in presenza dell’uomo, tenendosi ben al di sotto del limite di rischio. Tanto per stare tranquilli. Per quel che riguarda la produzione, abbiamo voluto terzializzarla: il settore industriale e professionale è prodotto in Campania, mentre il settore domestico è prodotto in Basilicata. Inizialmente avremmo voluto produrre direttamente noi, qui a Battipaglia, ma non c’è stato alcun supporto istituzionale: ci è stato risposto che il prodotto non era innovativo».

Tra le applicazioni professionali sappiamo che ci sono delle ricerche in corso per l’applicazione della vostra tecnologia nell’agricoltura terrestre e spaziale.
«Il progetto spaziale è qualcosa che ci inorgoglisce tanto: potremmo dare un contributo rilevante. Per quanto riguarda le applicazioni terrestri della tecnologia, crediamo molto nell’utilizzo in agricoltura, soprattutto nella quarta gamma. Si può dilatare enormemente la data di scadenza dei prodotti, riducendo enormemente l’utilizzo della catena del freddo. Ciò comporta evidenti vantaggi sia nella qualità che nella commercializzazione del prodotto stesso. Un produttore di rucola, ci raccontava che il 50 percento del prodotto va in marcescenza durante il viaggio e viene restituito: al mancato guadagno si aggiunge l’aggravio di costi. Con Enea stiamo facendo un percorso sperimentale in una piccola azienda, un piccolo progetto che abbattendo la carica batterica responsabile della marcescenza, allungando la vita utile del prodotto. A oggi i tempi di conservazione sulla quarta gamma sono di 24/48 ore: allungando di un solo giorno la vita utile del prodotto, si stima un risparmio di milioni di euro per un’azienda della quarta gamma. Noi pensiamo di poterla allungare ben più di un giorno. Ciò consentirebbe di raggiungere quasi tutte le zone del mondo».

Ha studiato all’estero. Un amaro rientro?
«Prima ancora, anche un’amara partenza. L’approccio didattico italiano è massificato. All’estero la didattica è dedicata all’individuo e l’individuo è valutato e ascoltato come tale. Vi è libertà nei rapporti anche con la docenza. In Italia bisogna fare una trafila per poter parlare con un professore che forse ti ascolterà».
Ascoltare storie come questa lascia l’amaro in bocca, vedere i migliori figli di un territorio costretti a trovare opportunità fuori rattrista. La caparbietà e i risultati rendono merito alla volontà e alla fatica del singolo, non certo alla miopia del contesto.

6 ottobre 2017 – © Riproduzione riservata
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