La fatica di chi ha costruito (D. Pesce, 13/02/2015)

Egregio direttore,
sono un’assidua lettrice del suo giornale che apprezzo quale utile risorsa per la vita comunitaria battipagliese. Certa di trovare in lei una persona aperta al dialogo con i propri lettori, le scrivo al fine di svolgere alcune brevi considerazioni in merito al suo articolo apparso su Nero su Bianco il 30 gennaio 2015.
L’articolo cui mi riferisco titolava “Costruire o demolire?”, domanda naturalmente retorica, vista la realtà della nostra città, urbanisticamente “densa” soprattutto in zona centro.
Leggendo, però, per l’ennesima volta – ennesima non da parte sua… ma mi riferisco al totale delle volte in cui sin da bambina ho sentito le espressioni di cui di seguito dico – di “sacco edilizio”, di “fortuna di qualche famiglia”, mi è venuta voglia di raccontarle di cosa questa “fortuna” (riprendo il termine da lei utilizzato, anche se io in genere non utilizzo il termine fortuna in discorsi aventi ad oggetto attività che richiedono immensi sacrifici) in alcuni casi, – le generalizzazioni non descrivono mai la realtà – sia fatta. Duro lavoro, notti insonni, rischio imprenditoriale, responsabilità per la sussistenza di chi lavora con te, a cui devi garantire la sicurezza di uno stipendio alla fine del mese, anche quando il mercato immobiliare è bloccato e non se ne intravvede la ripresa, esposizione diuturna alle intemperie, esposizione diuturna a sostanze cancerogene che, in alcuni casi, determinano l’insorgenza di un tumore. Questi, lo so bene, sono fatti privati che colpiscono solo chi ne è toccato, ma di cui si farebbe, in ogni caso, bene a tener conto, sempre che si desideri avere un approccio sereno, obiettivo ed equanime alla realtà delle cose.
Per quanto, invece, riguarda l’aspetto “pubblico” e “collettivo” della faccenda, lei lo dice, il cemento è stato un volano dell’economia e a me piace aggiungere che ha dato lavoro a tanti, ha assorbito una richiesta di abitazioni – non mi risultano, difatti, edifici che, costruiti dagli anni settanta fino agli inizi degli anni novanta, siano rimasti invenduti – ha fatto crescere questa città. Che poi si sia trattato di una crescita frettolosa e disordinata è vero, ma va anche sottolineato che lo sviluppo è avvenuto in un momento storico in cui le sensibilità estetico-urbanistiche e le esigenze erano ben differenti da quelle attuali, ferme restando, tuttavia, le responsabilità politiche ed amministrative di chi ha messo a punto piani regolatori approssimativi e poco lungimiranti. 

La bellezza, il decoro urbano e la cura della nostra città, sono d’accordo con lei, sono esigenze ed in qualche caso anche emergenze, ma non possono che nascere da un alto senso civico di ciascuno e dalla comprensione di quanto inefficace nonché ingiusta sia la “colpevolizzazione” di intere categorie di persone, meccanismo che nient’altro determina se non il dissolvimento delle responsabilità personali, quelle dei singoli, quelle fatte di nomi e di cognomi. 

Con stima,

Doriana Pesce

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