King Kont (di Ernesto Giacomino)

Ultimo Consiglio comunale, periodico tastamento di polso delle casse pubbliche, ed è subito… “serra”. Laddove – somme scuse a Quasimodo – la doppia erre non è un errore di battitura ma una voluta allusione all’atmosfera calda creatasi dopo la relazione dell’assessore al bilancio.

Al solito, la leader di Etica, Cecilia Francese, prende nota di tutto e si ritira per deliberare. Qualche giorno, ed eccoti là il primo simil-comunicato stampa, dritto da facebook, i più se lo trovano sulla homepage delle news tra un invito alla grigliata di zi’ Peppino e la condivisione del solito cesto di gattini-tenerini. Vi si parla di un’amministrazione “disperata” e di menzogne di bilancio. Di tendenziosità nel non voler svalutare i crediti tributari accampando la scusa di attendere una definitiva pronuncia di Equitalia, quando invece i revisori si erano categoricamente rifiutati di certificare l’elevato stato di riscuotibilità delle medesime poste (che poi, in verità, sarebbe concetto assai diverso dall’inesigibilità). Di voler accedere al fondo di rotazione per gli enti locali senza aver letto una legge-condanna che, per contrappeso al finanziamento pubblico, imporrebbe ai cittadini e all’intero apparato pubblico una tirata di cinghia seconda solo a quella erniaria nel sollevamento pesi. E poi, vabbe’, giù a cascata tutti i “mi piace” e “condivido” del caso, più la solita sfilza di commenti più o meno costruttivi, dall’analisi di merito e metodo agli slogan in stile ultras, passando per le immancabili frasi col linguaggione da sms con spreco di kappa e faccette

Chiaro che la polemica – anche questa, ormai, nel pieno stile della deriva “urlata” della politica contemporanea – è ancora all’atto uno, capitolo uno, eccetera. Si attendono eventuali repliche, ma non è questo il problema. Ciò che parzialmente mi turba è un passaggio dell’intervento, poi ripreso anche in un’intervista su un quotidiano, che recita testualmente: «Il fondo di rotazione è riservato ai Comuni in grave squilibrio finanziario. Quindi dopo tre anni e nonostante i miracoli, Santomauro ci ha portato in prossimità del dissesto.» Ammettere, cioè, che il Comune ha forti e irrimandabili problemi di pecunia dovrebbe suonare come una verità finora tenuta nascosta, un qualcosa che nemmeno il più arguto dei cittadini avrebbe mai potuto percepire. E beh, se tra la popolazione c’è qualcuno che in questi tre anni ha davvero pensato ai conti pubblici come un vivaio di soldi che s’aggiustavano e moltiplicavano sotto il canto soave degli usignoli, candidiamolo al Nobel per l’ingenuità.

Al sindaco puoi di certo andare a chiedergli conto di tutto, dall’ambiguità di certi spostamenti politici alla “panchina lunga” degli incarichi, finendo con quella solita tendenza al finto ottimismo, alla smania di minimizzare lo stato dell’arte, a mettere il gomito di sguincio per non far leggere gli zeri del numero largo; sulla sostanza della “caduta a picco”, però, andrebbe fatta una precisazione concettuale. Un conto è dire: “hai promesso di tirarci fuori dai conti cariati delle pregresse amministrazioni, e non l’hai fatto” e un altro accusarlo di averci fatto finire nel dissesto. Perché noi, nel dissesto, ci sguazziamo e crogioliamo da anni, da quelli di piombo del terrorismo a quelli di marmo e bronzo delle fontane inutili. Non è che il non fare peggio diventi di botto una virtù encomiabile; ma magari ricondurre i giudizi nell’alveo dell’attinenza ai fatti sarebbe già un buon punto di partenza per vederci più chiaro.

Ernesto Giacomino

 

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