Il tempo e la parata di Umberto Chiariello


Umberto Chiariello, il noto conduttore della trasmissione sportiva Campania Sport su Canale 21, ci regala un suggestivo racconto nel quale rievoca i suoi esordi di giovanissimo portiere. 
Un emozionante e nostalgico amarcord del calcio giovanile battipagliese di quarant’anni fa

“Esiste un tempo esterno ed un tempo interno: il tempo esterno è quello degli orologi ed è uguale per tutti, il tempo interno invece è un fatto personale, è diverso da persona a persona”, diceva Luciano De Crescenzo. Concordo: il tempo interiore si dilata a dismisura, non conta quanto tempo sia passato effettivamente ma quanto sia stato percepito. Quello che per tutti è una frazione di secondi nella mente sembra un’eternità. Ne ho le prove. Perché ho giocato in porta…
Sono attaccato alla rete del campo dove si allena il mio Giorgio. Ad un certo punto fa un volo nel sette alla sua destra e devia quasi all’incrocio un tiro. In quel momento, come segno del destino, sul mio palmare compare un messaggio di Facebook. Un mio vecchio compagno di squadra mi ha ritrovato e mi saluta: come sta il mio portierone? La mente mi parte, ed il volo d’angelo di Giorgio mi riporta ai miei 15 anni, al campo in terra battuta della SPES a Battipaglia…
Questa domenica mattina sono teso come una corda di violino. Dobbiamo affrontare in casa la rivale per la testa della classifica. Affronterò lui, il mio terrore: il piccolo Riva, 42 gol in 28 partite, il mio omonimo, Umberto Pellegrini, il mancino più forte che abbia mai visto calciare, uno che mi ha spezzato tutti e due i mignoli. Ha uno stacco imperioso, 180 centimetri di roccia pura, veloce e saettante, e quel sinistro a volo, che castigo. Lo marcherà come da copione il nostro terzino destro, Franco Procida. Ma Franco, che è una furia sulla fascia, di marcare a uomo proprio se ne infischia, ed io dalla porta a gridargli di tutto, a smadonnare sul campo dei preti – ma come, il figlio del professore, quello che va bene a scuola, fa pure il ginnasio – “prendilo, marcalo, acchiappalo, testa di cazzo, fanculo Frá, quello se ne va, che cazzo combini”. E Franco il panettiere, zitto e muto, a sbuffare e sganciarsi, infischiandosene dei richiami. “Tenetelo, tenetelo!” Ma se non diventa giocatore questo, chi mai? Urlavo e pensavo. Mai, non è arrivato mai. Misteri del calcio, eppure ne ho visti di mediocri in serie A.
Il primo tempo è passato, indenne. Umberto maledetto, guarda come ti squadro feroce, non ho paura di te. Lui mi guarda sprezzante, sembra Alcibiade alla guerra, con quella mascella quadrata, quello sguardo un po’ così. In effetti ha il colpo in canna, il fetente. Lancio alto dalla metà campo in verticale, io mi avvento in uscita, Ferraioli il libero corre a proteggermi, lui come una faina si prepara allo stacco. Grappolo in area, io prendo la palla, sono sicuro, la sento sul pugno, ma sento un dolore pazzesco, e precipito al suolo. Qualcosa non va, tutto attorno a me si fa buio. Il disgraziato è saltato a ginocchio alto e mi ha preso in pieno nelle palle, sbatacchiandomi al suolo, la palla ha colpito il mio pugno ma è finita di carambola sulla sua nuca e terminata in porta. Io a terra frastornato e dolorante, lui che esulta, l’arbitro che assegna il gol tra le proteste di Ferraioli che ha visto tutto. Vuoi uscire? Stai per vomitare? Lasciatemi! Stronzo, stronzo, grido al reprobo: arbitro era fallo, macché, manco mi sente; testa di cazzo, da qua non mi muovo, grido al massaggiatore mandato dal mister per farmi uscire. Il tempo di alzarmi, ancora confuso, i conati di vomito, ma resto al mio posto, e quel maledetto fa 2-0, tiro imprendibile. E Franco Procida che ancora una volta si è perso la targa. Lo volete prendere! Sbraito come un ossesso, la bava alla bocca, gli occhi di fuori, i compagni che mi sopportano e pensano: poverino, gli girano le palle per davvero, dopo quella botta…
Non può finire in goleada, non può. Il solito lancio dalla metà campo, corre l’ossesso spalla a spalla con il difensore, incrocia il sinistro ed accolla il pallone, spara un bolide sul lato opposto verso il sette alla mia sinistra. Che tiro, che gol!
Ed ecco che mi soccorre il tempo di Parmenide. Io scatto senza pensarci, riflesso automatico, faccio inconsapevole la scelta giusta, niente mano di richiamo, il tiro è forte e teso dal basso verso l’alto ad incrociare, l’unica cosa è andare ad una mano, aperta, di sinistro, alla massima estensione a coprire l’angolo, faccio tutti questi pensieri, gli attimi sono lunghi, eterni, la palla arriva, io sono in volo, mi sento leggero, sospeso, dritto parallelo al suolo, la mano che si inerpica, mi raccomando, polso rigido se no quello te lo piega, non arrivarci con la punta delle dita, metti il palmo se ce la fai, il guanto ti proteggerà, sono ancora in volo, ma sto pallone arriva o no, eppure è una bomba, l’impatto avviene, fragoroso, sento la botta e la contengo, non proprio il palmo ma il metacarpo, ma è solido e regge, i muscoli estensori delle dita sono tesi, il pallone arriva per fare sconquassi, trova opposizione, rimbalza e vola oltre la traversa. Io cado al suolo ed in capriola plastica mi rialzo, faccia al campo, sguardo truce. Sale in bocca il sapore dell’impresa, il cervello realizza: l’ho presa!
Mi sento come nel film dove un lanciatore di baseball ricorda il papà che gli dice “sgombra la mente” ed il pubblico sparisce: silenzio più totale. Ovattato ai rumori esterni. Ma come il tuono che arriva a scoppio ritardato, sento d’improvviso l’urlo della folla, quei duecento cristiani che si sono assiepati attorno al campo ed alle reti di protezioni. Il rumore finalmente mi arriva, colgo che non è il solito boato, anzi mi è parso cangiante. Dall’urlo del gol alla strozza in gola del gol mancato, il boato assume toni di stupore: ma che ha preso? Che ha fatto quello? Guardo di sottecchi verso Umberto, lo vedo per la prima volta umano. Ha lo stupore dipinto negli occhi, mi guarda e mi fa ok con la testa, sei stato bravo, ma guarda questo! Scodinzola e se ne va. Io caccio un urlo liberatorio verso i difensori che sono fermi ed ammirati: lo dovete accirere a quello! L’arbitro sta accorrendo verso di me col sorriso sulle labbra, sente le mie parole ed assume una espressione di rimprovero: “Portiere, non si dice!” Io rosso in viso, preso con le mani nella marmellata – e che caspita, sono il figlio del Professore, mamma prepara i bambini all’oratorio, mica posso fare il maleducato – “Scusi, scusi”, farfuglio, “era per sfogare”. “Vabbè”, e si avvicina ancora. Che mi vuole fare questo, ammonire, espellere? Mi spaventa, mi arriva a tiro. Fa una cosa che mai avrei immaginato. Mi dà la mano e dice: “Bravo portiere, ben fatto!”. Vedo sullo sfondo mister Rosario che si gratta la coppola siciliana, perplesso.
Avete capito ora? Vi ho dato la prova. Il tempo soggettivo non si misura, non si può. Quanto tempo sarà passato in quel volo? Frazioni di secondi, attimi. Quanti minuti nella mente? Tanti.
La partita finisce 2-0, si va nello spogliatoio e c’è un silenzio surreale, doccia e via, nessuno parla, per fortuna mister Rosario resta fuori. Io prendo il sacco e scappo, devo correre al San Paolo a vedere il Napoli, vai al diavolo Umberto Pellegrini, ci pensa il Gringo Clerici a farmi rifare la bocca.
Il martedì torno al campo, maledizione oggi la scuola non finiva più, prendo la solita Sita da Eboli, corro a casa, mangio in piedi, prendo il sacco, bacio mamma e papà, solito scappellotto al povero Corrado, mio fratellino e vittima sacrificale, e via al campo, non fare tardi che quello già sta come una belva, infatti – cavolo! – è sulla porta che mi aspetta, sono l’ultimo di certo, ma non sono in ritardo, sono le 14:30 in punto, ci metto un attimo a spogliarmi, ti prego non mi cazziare. Abbasso la visiera sugli occhi per non incrociare il suo sguardo, ora arriverà la ramanzina alla squadra per la sconfitta, farfuglio “buongiorno Mister”, ed entro, lui dietro di me, ho le spalle contratte, e lui che fa? Mi stava aspettando, con tutta la squadra. Fa partire l’applauso, io resto sgomento, mi guardo attorno, e sento le pacche sulle spalle di tutti. Ma che hai preso? Ma come hai fatto? Ma lo sai che hai fatto un volo pazzesco? Ma era una bomba! Ti rendi conto che manco Zoff..? Gliel’hai fatta vedere a quello!
Io non ho vinto un cazzo, nella mia vita di portiere, ma quella parata, quell’applauso, quei complimenti li ricorderò finché campo.
Mister Rosario fa: sveglia, banda di addormuti, in campo! Io non esco, mi siedo, sopraffatto dall’emozione. Mondo, fermati adesso, voglio scendere!
“Papà, ho finito, papà, mi senti?” È Giorgio che mi chiama, tirandomi bruscamente fuori dai ricordi. “Come sono andato?” “Hai volato come un angelo, figlio mio”. Lui contento si avvia, snello e sottile, io dietro sento la lacrima bagnarmi la guancia, tiro su gli occhiali da sole scuri. Ora non sono più il figlio del Professore, ma sono il Giornalista, agli occhi di tutti. Decoro innanzi tutto. Vero papà?

7 aprile 2018 – © Riproduzione riservata
Facebooktwittergoogle_plusmail