Il tempo delle mele

È Maria Catarozzo l’unica “superstite” della prima giunta Francese, quella varata nel luglio 2016. In tre anni, per dimissioni o per revoca, sono stati sostituiti dieci assessori, in un carosello di nomine, revoche e subentri che ha coinvolto anche diversi consiglieri comunali. Perché? È la domanda che molti osservatori della politica cittadina si fanno; ma più che una domanda in attesa di risposta è un’indignata esclamazione, una sommessa imprecazione. Non siamo al valzer degli “assessori interinali” dell’era Santomauro, ma già ben oltre il limite del ricambio fisiologico. Come in passato, si ha la sensazione che la scelta o la revoca di un assessore sia indipendente dalle capacità o dall’efficacia del suo operato, altrimenti si dovrebbe pensare che il sindaco (oggi come ieri) non sappia scegliere i suoi delegati, visto che prima o poi li boccia tutti. Sono evidentemente altri i motivi e chi li conosce si indigna: rimpasti dettati da mutati equilibri in consiglio comunale, pressioni di consiglieri politicamente in auge, spesso in casuale concomitanza con importanti votazioni. Da qualche tempo Cecilia Francese appare in balìa dei marosi, impegnata a superare la tempesta più che a tracciare una rotta e a navigare speditamente verso nuovi obiettivi. Lei e il suo team, distratti da controversie di “politica interna”, sono spesso in affanno rispetto ai gravosi problemi che assillano la città: miasmi, spazzatura, mare scadente. Anche alcune recenti dichiarazioni della sindaca alla stampa, pronunciate con l’intento di chiarire e rassicurare, non hanno convinto. Non ammettere che si sostituiscono tre assessori perché si è ricevuto, diciamo così, un accorato appello da alcuni consiglieri comunali, e invece – come la sindaca ha fatto – dire che le revoche (anche se ufficialmente gli assessori uscenti si sono dimessi) sono una “mossa” che rafforza la squadra, perché permette subentri in consiglio e turnover in giunta, ha suscitato ulteriori perplessità.

Nello scegliere gli assessori un sindaco dovrebbe valutare solo la capacità politica o professionale del delegato, ovvero l’idoneità a ricoprire un così impegnativo e prestigioso incarico. Chi prescinde da questo criterio, non solo rischia di fare del male alla città, ma perde irrimediabilmente credibilità e autorevolezza. Anche dal punto di vista della tattica politica, mostrarsi acquiescente di fronte alle pretese o alle velate “minacce politiche” di chicchessia, significa finire ostaggio dei questuanti.

Per questi motivi ci sorprende la scelta di Cecilia Francese e non possiamo che registrare con preoccupazione l’inatteso ritorno a Il tempo delle mele. Una stagione che non ha mai dato e non potrà mai dare buoni frutti. 

Francesco Bonito

26 luglio 2019 – © Riproduzione riservata

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