Il ricordo del dottor Vincenzo Liguori, a quarant’anni dalla scomparsa


Gentilissimo direttore, mi piacerebbe ricordare mio padre a quarant’anni dalla morte, dedicandogli questa lettera. Cordiali saluti e ringraziamenti,
Cettina Liguori
Caro papà,
sono quarant’anni che te ne sei andato. Era l’estate del 1977, avevi 57 anni. Scusaci se in tutti questi anni non siamo stati capaci di organizzare qualcosa per ricordarti; mamma non ha voluto (…) ma non ci ha mai permesso di togliere dal portone la tua vecchia targa di latta con scritto “Vincenzo Liguori – medico chirurgo”, appesa con orgoglio nel 1946.
Non mi basterebbero le pagine di questo giornale per descriverti come padre. (…) Tu conoscevi profondamente i tuoi pazienti e conoscevi le loro malattie del corpo e dell’anima.
Nello studio, che aprivi puntualmente alle sette, le prime ad arrivare erano le vecchiette, vere tue fan, a misurarsi la pressione, portarti una caramella alla menta o all’anice. Poi le madri di famiglia o i padri che, mentre venivano visitati, si confessavano con te. Poi c’erano i pazienti della campagna che il giorno di san Vincenzo ti portavano carciofi, fave o uova fresche. Non erano solo i tuoi pazienti, erano la tua, la nostra famiglia allargata.
La sera, ricordo ancora, non ti levavi mai le scarpe fino a tardi: l’ospedale non esisteva né il 118. Una telefonata o una bussata di campanello ti facevano correre con la tua 600, per aiutare un malato grave. (…) Una volta, era la fine degli anni Cinquanta, ti accompagnai in una masseria, presso una giovane partoriente: i familiari piangevano, la levatrice era nel panico, la ragazza mezza morta. Nella stanza, a piano terra, sangue e mosche e tanta povertà. Dalla macchina, dove ero rimasta, atterrita sentii le tue grida contro i parenti e la levatrice. Ma, come per miracolo, la giovane donna, quando si accorse che eri tu, il suo medico fin da bambina, si rianimò e cominciò a collaborare mentre tu l’aiutavi a diventare madre. Fosti l’ospite d’onore al battesimo e la bimba fu chiamata Enza. La signora Enza oggi è la nonna di dodici nipoti: sono loro le tue targhe, le tue cerimonie, la tue stele, papà.
Dopo quarant’anni, nello studio che fu il tuo, lavora un giovane medico che ti assomiglia in tante cose, tuo nipote Carmine. Anche lui ha un rapporto speciale con i suoi pazienti e un carattere travolgente come il tuo.
L’ho sorpreso mentre si faceva un selfie abbracciato a un paziente che gli aveva portato un mazzo di asparagi e un caciocavallo. È lui la tua medaglia d’oro, papà.

Tua figlia Cettina e la famiglia

Facebooktwittergoogle_plusmail