Il pulcino P.I.U. (di Ernesto Giacomino)

Eccoli lì, li abbiamo quasi raggranellati, aspettiamo giusto qualche centesimo ancora in viaggio. Diciassette milioni e spiccioli dalla Regione, altrettanti da fondi privati, il resto con un bel mutuone a firma comunale. Trentotto milioni per il progetto di riqualificazione cittadina presentato per il “P.I.U. Europa”, di fresca approvazione dal parte della giunta comunale.

Che ci faremo, con tutto questo denaro? E beh, grosso modo, con le dovute differenze, per sommi capi, metro più e metro meno… una nuova stazione ferroviaria. Un’altra, sissignori. Quella “vecchia”, appena inaugurata dopo una buona vangata d’anni di opere lentissime, non ci piace più. E non è che non piaccia perché – per dire – il grosso dei locali high tech così sistemati siano ancora abbondantemente vuoti e incompiuti (della serie: ma a che serviranno mai, quegli spazi chiusi a vetrata e di altezze smisurate?); e nemmeno perché è vergognosamente più piena di barriere architettoniche di un percorso di corsa campestre ideato su una scogliera. Quella vecchia non ci piace perché è ancora meschinuccia, diciamocela tutta. Vetrate e sala d’aspetto panoramica (ancora inagibile) a parte, non danno ancora l’idea di quel nuovo che avanza. Danno l’idea di un nuovo in costante ritardo, piuttosto, come quei pochissimi treni a cui ancora scappa di fare una fermata a Battipaglia (e magari, per le vecchie “littorine” diesel, solo perché avranno finito la nafta).

Ora arriva la grande opera di collegamento, l’interporto per l’interscambio per l’interqualcos’altro. E tutto internazionale, chiaramente. Cioè, per dirla più striminzita: le fermate dei bus sopra, un parcheggio interrato sotto. E una galleria. E un fabbricato, pare, al lato. Un edificio polifunzionale per accogliere sale riunioni, esercizi commerciali, servizi amministrativi. Che magari (boh?) è quello che già c’è, ma mancando questa famosa interscambiabilità con cotanti interni e interi centri interposti di interazione, resterà vuoto e incompiuto per un altro bel pezzo. Aspettando che siano ben messe, e ben ferme, le futuristiche pensiline per gli autobus.

A me, quando si parla della stazione di Battipaglia, viene parecchio da sorridere. Per decenni s’è invocato un rilancio sostanziale del nostro traffico ferroviario, atteso che quand’ero bimbetto era decantato come il più strategico dell’intero Mezzogiorno. Specie per gli scali merci e animali, quando i binari dal quinto in poi erano interamente dedicati a queste file interminabili di vagoni in cui si muggiva o pigolava ventiquattr’ore su ventiquattro.

Tempi in cui edicola e tabaccaio lavoravano full-time, e c’era una tavola calda funzionante a ciclo continuo peggio degli altoforni delle acciaierie. Poi, conosciamo la storia. Un po’ (parecchio) scarsamente tutelati dai politici nostrani saliti a Montecitorio, a vantaggio di comuni confinanti, e un po’ (parecchio) penalizzati dall’interruzione della linea per Potenza (i famosi lavori di elettrificazione delle linee che crebbero e si moltiplicarono, passando dagli iniziali due anni di durata all’infinito), oggigiorno il volersi recare in stazione è un salto spazio-temporale d’un paio di secoli, dritti sparati sulle prime strade ferrate del West in cui passava un treno a settimana.

Adesso ci si tara sull’estetico e sull’avanguardia, e ok. Ma se non si trova il modo d’incrementarli di numero, quei passeggeri usufruitori, c’è il rischio che nei locali – altro che sale multimediali – ci stocchiamo gli esuberi di panettone del Natale.

Ernesto Giacomino

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