Il medico paziente

Questo virus ti fa a pezzi. Ma ha, anche, la capacità unica di farti vivere profondamente; un’emozione si amplifica nel malato, nei familiari, in chi ti vuole bene. Faccio il medico da quasi 30 anni e credo di farlo con la migliore compagnia: la curiosità, di scoprire e di sapere e sentire l’altro, il malato. Il Covid si è affacciato alla mia vita e mi ha toccato; il brivido dell’abbraccio del Covid-19 non lo dimentichi; un brivido che ti avvolge e che ti spinge sul letto, ti spezza le forze. La sofferenza ti entra dentro improvvisamente, prepotentemente. 
È il virus della solitudine; niente mani che si stringono, nessun abbraccio, nessuna promessa. Qualcosa di invisibile detta legge, detta il tuo tempo e cambia i rapporti, ti uccide nel modo peggiore perché lascia il vuoto e pensi che pochi brandelli chimici impediscono alle mani di incontrarsi, alle parole di confortare, agli occhi di guardare gli ultimi istanti, al cuore di pregare e ringraziare. Capace di farti sentire impotente, di cambiare le relazioni, di renderti piccolo e fragile, e capace di renderci tutti uguali. È Il virus della paura del contagio. 
Mi sono ricoverato il 2 aprile nell’ospedale del mio paese. Lo sguardo di paura degli infermieri, dei colleghi, degli addetti al comfort è palpabile, è pieno di amore di paura. Uno sguardo che mantiene le distanze perché aiuta a restare aggrappati alla speranza. I sorrisi sono nascosti dalle mascherine e dagli occhiali; non c’è il tocco che cura, bloccato da tre paia di guanti ma che comunque è pieno di attenzione; non c’è l’abbraccio che consola, la stretta di mano che unisce. Ma ci sono le parole che diventano sillabe pesanti, che non si pronunciano così, senza senso, ma assumono un peso mai avuto. Che ti riconciliano con l’attesa di stare meglio, di non avere la febbre, di scambiare in modo efficace l’ossigeno con il tuo corpo.
Ma non ci sono, fisicamente, loro, i familiari, parte integrante del rapporto di cura, conforto nelle scelte, consiglio, tassello del percorso. È il virus del tempo scandito in stanze senza rumore, con le parole belle di chi sta combattendo nel letto a fianco e che diventa fratello, amico, confidente. Le telefonate, tante, tantissime, a volte ti fanno sentire ancora di più solo. Vuoi ma il fiato è corto e quindi non rispondi. Ma devi farlo con le persone care e minimizzi, dici che sta andando tutto bene ma non vedi l’ora di chiudere e ritornare a combattere silenziosamente. E pensi ai sorrisi che vuoi tornare a fare, agli abbracci, alle carezze e al loro valore unico che vuoi condividere che ti confortano, quelle sì, che ti consolano. Poi la febbre che ti ha rotto i muscoli scompare e sei, senti la vita che ritorna prepotente. Non vedi l’ora di mangiare. Non vedi l’ora di rifare il secondo tampone e aspettare la negatività che ti fa passare in una pre-normalità. Non vedi l’ora di camminare all’aria aperta e tornare a casa da chi non ha avuto l’esatta percezione di come stai. E che è spaurito, svuotato da pochi brandelli di chimica. E ricominci a leggere, a suonare e ogni parola, ogni nota ha un sapore nuovo. L’arte della vita, dei piccoli gesti della vita di tutti i giorni, ti avvolge e, come diceva Frida, diventa una farfalla che rinasce, fiorita, in una festa di colori.

Pierdomenico Di Benedetto
medico ecografista, Clinica Tortorella Salerno

16 maggio 2020 – © Riproduzione riservata

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