Il fascino dell’incompiuta

Più Europa, retrostazione, si riparte. E ok: ma da dove? C’è un punto preciso, in cui si era rimasti? L’ultimo evento plateale è stato l’interdittiva antimafia del Prefetto di Napoli, col blocco a tempo indeterminato del cantiere. Che poi: dicasi blocco ma leggasi accorciamento dei tempi di attesa tra un fermo e un altro che prima o poi sarebbe arrivato per un qualunque, ulteriore motivo: unghia incarnita di un operaio, lettura negativa di viscere di pollo dello sciamano, m’è morta nonna e il cane ha mangiato il progetto. Poi il covid, il lockdown, e va be’. Finalmente lo sblocco: ripartenza dal 17 giugno. Ma senza fissare nessuna data di consegna: ma sì, faccia lei, le pare che mettiamo fretta, siamo tra gentiluomini. In fondo abbiamo inaugurato il ponte, dai, sarà il più lungo ponte pedonale del meridione – o forse no, o forse boh – non è che ogni due e tre possiamo uscircene con un’inaugurazione, nastri e spumanti costano e non c’è sempre un De Luca disponibile (qua metterci una qualunque battuta sui fratacchioni o sui lanciafiamme, a libera scelta).
E d’accordo, magari esce fuori che io sono prevenuto perché non ho mai avuto una particolare simpatia, per quest’opera. Con una stazione che s’approssima a festeggiare l’ennesimo anniversario d’incompiutezza, e con quel po’ di compiuto che ha più barriere architettoniche del sentiero d’addestramento dei marines, suona un po’ tutto come la storia della tipa che indossa la stola di visone sulla vestaglia e passa ore allo specchio a metterla dritta: “Sennò” dice, “sai come sarei ridicola, per strada?”. È roba che ha un senso se ci sono i presupposti, se a Battipaglia fermasse qualche treno diverso dal carro merci delle vignette di Jacovitti, e che – se pure fermasse – se avessimo almeno la sala d’attesa interamente agibile, e che – se pure l’avessimo – fossero stati almeno completati i locali dei punti ristoro. Scendi dal Frecciarossa, poi non hai neanche dove berti un caffè e la coincidenza l’aspetti sotto la pensilina.
Ma poi, a pensarci bene: ma fosse quello, il motivo per cui ci rincresce sempre finirle, le grandi opere strutturali? Cioè, se una cosa non la porti a compimento, nessuno potrà dire se è brutta, bella, utile o inutile. Si resta col dubbio, a vita. Metti il commissariato a via Gonzaga, per dire: sta così da decenni, fa urlare allo scandalo, al problema irrisolto, all’incompetenza, ma… se l’avessero completato e fosse stato orripilante? Se fosse stato scomodissimo da raggiungere per l’utenza o per gli agenti di servizio? Avremmo parlato di soldi pubblici sprecati, di contribuente raggirato, di “il mio falegname con trentamila lire la faceva meglio”.
E beh, vista sotto quest’ottica la questione cambia, prende delle inaspettate sfumature di romanticismo. Il fascino dell’incompiuta, come l’Ottava di Schubert. Come la Sagrada Familia. Qualcuno, ai tempi, si sarebbe sognato di dire a Gaudì che voleva guglie diverse o navate più tradizionali? No: se pure ci fosse stato qualche dissidente, avrebbe aspettato.
Ottimo spunto per rilanciare anche il turismo locale, allora: visite guidate ai cantieri eterni. Ché magari non abbiamo tutta la Rambla, ma per il momento il finale sì, e pure ripetuto: bla, bla, bla…

Ernesto Giacomino

25 luglio 2020 – © Riproduzione riservata

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