Il destino comune di ambiente, agricoltura e territorio

Dalle cose che si sentono in giro, sembra essersi verificato un generale risveglio delle coscienze, almeno così mi auguro. L’attenzione all’ambiente sembra essere uscita dal “ghetto” dei verdi, degli ecologisti, dei naturalisti ed è approdata nella società a livello più o meno diffuso.
Sono passati oltre otto anni da quando anche questo giornale, in occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente (5 giugno 2011) promossa dalle Nazioni Unite e dedicata alle foreste, pubblicava un mio articolo sul fondamentale tema del futuro della Terra, unendosi all’invito proveniente dall’ONU di imparare a conoscere  meglio e  rispettare l’ambiente in cui viviamo, sensibilizzando l’opinione pubblica sul problema della salvaguardia del territorio che passa anche attraverso la conservazione di  foreste, boschi, giardini, parchi e, in genere, ogni coltivazione. In buona sostanza diventa fondamentale il corretto uso delle risorse del territorio, in termini di sostenibilità.
A giudicare dall’attuale situazione non credo che gli inviti istituzionali mondiali e, tanto meno, le considerazioni svolte in più occasioni dal nostro giornale abbiamo sortito un qualche effetto. Un tema che riguarda casa nostra molto da vicino e che rientra sicuramente tra le problematiche ambientali è quello dell’agroalimentare e dell’allevamento bufalino. La produzione agricola nella Piana del Sele che, a pieno titolo, è all’apice dei mercati europei con solidi marchi di qualità e la filiera della mozzarella di bufala, entrambe in formidabile  crescita – come afferma un recentissimo Rapporto Svimez –  rappresentano, in assenza di una inversione delle metodiche applicate, un potenziale  pericolo per il futuro molto prossimo del nostro territorio, cui potrebbero arrecare  incalcolabili danni, con conseguenze sempre più negative sulla nostra salute.
Sul Corriere del Mezzogiorno di qualche settimana fa vi era un dossier sul comparto alquanto preoccupante a firma di Gianfranco Nappi, che esaminava gli attuali modelli di sfruttamento del suolo dettati esclusivamente dal mercato, senza strategie che riguardino il futuro e soprattutto la sostenibilità. Ci sentiamo di condividere alcuni dei passaggi dell’articolo in questione laddove si parla di alterazione degli equilibri socio-ecologici che si correlano direttamente al rischio di erosione costiera e dei suoli quale conseguenza dell’emungimento della falda acquifera superficiale, del compattamento dei suoli dovuto all’eccessiva meccanizzazione e alle lavorazioni, con incremento del sigillamento dei terreni dovuti alle coltivazioni sotto serra, in cui vengono diffusamente usati fitofarmaci, pesticidi e concimi chimici. Vi è inoltre, per gli allevamenti bufalini, il non piccolo problema dei nitrati.
Un prodotto è buono se è in sintonia con l’ambiente, continua Nappi, il quale lancia una sfida: “Può essere la Piana del Sele a realizzare, tra le prime in Europa… una agricoltura intensiva ecologicamente e socialmente sostenibile? Ci possono essere tutte le risorse necessarie, a cominciare, ad esempio, con l’indirizzare in questa direzione la nuova programmazione comunitaria per il 2020-2026”.
Chi accetterà questa sfida? Chi vorrà passare dalle mere enunciazioni ai fatti prima che si troppo tardi?
Ci auguriamo almeno che di questo problema si continui a parlare e che i protagonisti, ciascuno nel suo ruolo, imprenditori e apparati pubblici, assumano conseguenti e responsabili comportamenti.

Daiberto Petrone

25 ottobre 2019 – © Riproduzione riservata

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