Il cemento della società ”illuminata”

Contestare delle proposte concrete di ottimizzazione e rilancio della vendita degli immobili di proprietà comunale a suon di slogan e demagogia vuole significare semplicemente impedire al Comune di fare cassa e privare l’economia locale di nuove occasioni d’investimento. Il fallimento delle procedure di alienazione è dovuto alle incongruità tra il valore effettivo dei beni e quello stabilito dalle esigenze delle burocrazia. Dopo decenni di congetture e di cifre astronomiche che mai avrebbero potuto concretamente smuovere l’interesse del mercato, non mi pare sia più il caso di seguire le orme di chi strumentalmente agita lo spauracchio di una nuova cementificazione. I beni sono esistenti, già costruiti, e aumentarne il valore, anche concedendo più adeguate opportunità di utilizzo, significa aprirsi al mercato reale, alle istanze di un’imprenditoria ferma e sofferente e, contestualmente, perseguire l’obiettivo di risanare il bilancio comunale.  Mettere in vendita una torre senza immaginare cosa possa farne in futuro un potenziale acquirente sta a significare continuare a tenersela sullo stomaco di un dissesto annunciato.  Parlare di “cementificazione”, senza formulare delle ipotesi alternative, è strumentale, semplicistico e contribuisce a bloccare lo sviluppo. La nostra è la città delle occasioni perdute. Vent’anni fa, fra i primi al Sud, costituimmo la società partecipata di servizi, proponemmo un centro commerciale gestito dagli imprenditori locali, guardavamo ai rifiuti come risorsa e avanzammo la proposta di un termovalorizzatore. Allora il furore ideologico impedì di realizzare quelle “visioni”.  A noi interessa ridare slancio all’economia, produrre nuove occasioni di lavoro, risvegliare l’interesse generale della collettività su azioni fattibili, concrete, reali. A quanti vogliono ancora praticare le strade della sterile contrapposizione, della diffusione del terrorismo bigotto al metro quadrato di cemento, voglio solo precisare che valorizzare e riqualificare non vuole dire aggiungere o aumentare, ma semplicemente migliorare. L’idea che la nostra città possa tornare a sostenersi dignitosamente, che i nostri giovani abbiano di che vivere, che tutto questo passi attraverso progetti seri e realizzabili, è l’unico intento che ci proponiamo, anche passando per le forche caudine di un pregiudizio che va coralmente condannato: c‘è “cemento” e ”cemento”. C’è il cemento che ti fa voltare lo stomaco, quello della speculazione selvaggia e c’è il cemento che attrae il turismo e fa meravigliare il mondo, l’opera d’arte, l’architettura. Il primo è il prodotto di una società malata dove le tangenti la fanno da padrone. Il secondo è il prodotto della società “illuminata”, di coloro che intendono far crescere il senso civico e il livello culturale col benessere. Noi siamo interessati al “bene comune” e con esso, con un uso adeguato, a dare l’esempio per riprendere la strada di una civiltà che ha vissuto i suoi fasti per secoli nel nostro Bel Paese.

Dott. Valerio Longo, Capogruppo Consiliare F.I.

1 giugno 2017 – © Riproduzione riservata
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