I nuovi analfabeti

Il termine analfabetismo fa pensare alla condizione dell’ignorante che dettava la lettera a Totò lo scrivano per il “cumpare nepote” in Miseria e Nobiltà. In realtà si trattava di un analfabeta primario o strumentale, cioè di una persona che non aveva mai imparato a leggere, scrivere e forse a fare calcoli. La nostra nazione nel 2001 contava una percentuale di analfabeti strumentali dell’1,5 % a fronte del 78% dell’Italia post unitaria. Tali dati sono confortanti solo apparentemente, visto che all’Italia spetta il primato negativo in Europa per l’analfabetismo di ritorno, che definisce la situazione di chi, dopo aver acquisito in età scolastica buone competenze di literacy e numeracy, non le esercita nel tempo e regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto per formulare e comprendere messaggi. 
Tullio De Mauro, accademico e linguista, ha collegato questa seconda forma di analfabetismo a una tendenza di ordine biologico e psicologico: data la natura selettiva della nostra memoria, in età adulta si tende a regredire di cinque anni rispetto ai livelli massimi raggiunti durante gli studi, a meno che non si continui ad esercitare quella competenza. 
Ma c’è una terza forma di analfabetismo, più subdola, quella funzionale, per la quale l’Italia è penultima in Europa, preceduta solo dalla Turchia e quartultima su scala mondiale rispetto ai 33 paesi analizzati dall’OCSE. 
L’analfabeta funzionale decifra uno scritto, sa apporre e riconoscere la propria firma, ma non ha la capacità di andare oltre l’alfabetizzazione strumentale, cioè di metterla pienamente a frutto sviluppando la capacità di leggere e di scrivere un testo su problemi e fatti della vita quotidiana di interesse sociale. Aggiorna il suo status su Facebook, ma non è in grado di risalire a un’informazione di base contenuta in un sito web, come il numero di telefono nella sezione “contattaci”.  Né riesce a capire un contratto di lavoro, l’estratto conto bancario o il bugiardino di un farmaco. Sa leggere e fare di conto, ma non applicare tali competenze alla realtà e utilizzarle quando e come servono; quindi le sue competenze, anche se certificate da diplomi scolastici di qualsivoglia livello, sono estremamente ridotte. 
L’analfabeta funzionale non comprende il senso dei testi che legge, non costruisce analisi articolate e paragona il mondo solo alle sue esperienze dirette. Tra la gente che abbiamo attorno a noi, al bar, al lavoro, nelle sale di attesa, almeno tre su quattro sono analfabeti funzionali: discutono con noi, parlano di politica e di sport, lavorano senza apparenti difficoltà ma, se li osserviamo con attenzione, noteremo che sono incapaci di ricostruire ciò che hanno appena ascoltato, letto, o guardato in tv e sul web e sono privi di pensiero critico. La complessità della realtà sfugge loro, colgono soltanto barlumi, segni netti ma semplici, lampi di parole e di significati privi tuttavia di organizzazione logica, razionale, riflessiva. 
È possibile porre rimedio a questa sconcertante condizione sempre più diffusa tra gli italiani? Sì, le soluzioni ci sono: maggiore scolarizzazione, revisione dei programmi scolastici e della qualità dell’insegnamento, innalzamento dell’età dell’obbligo scolastico, ma anche un maggior senso di responsabilità verso sé stessi, per poter essere in grado di leggere e comprendere la società complessa nella quale si vive.

Assunta Giordano

19 aprile 2019 – © Riproduzione riservata

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