I figli dei fieri di Ernesto Giacomino

Mi piace molto, quando ogni tanto esce il battipagliese da bar che s’auspica l’ascesa di governanti capaci di “riportare questa città alla sua grandezza passata”. Lo dicono un po’ tutti, no? L’avvocato che cambia e scambia fuoriserie coi soldi dei finti sinistri stradali, il commerciante che ti fa metà scontrino, l’imprenditore che paga i dipendenti quattro euro l’ora ma ne dichiara dieci, il costruttore che fa la cresta sugli appalti, l’impiegato che si finge in malattia, il meccanico che decuplica il prezzo di un ricambio. Tutti a invocare l’avvento di un qualcuno (qualcun altro, non loro), possibilmente con mantello, bacchetta e cilindro, capace di rimettere in sesto il Titanic mentre – “scusatemi, vorrei dare una mano ma non posso, ho l’allergia agli iceberg e due ernie del disco” – aspettando l’inaspettabile s’è tutti nel salone delle feste a ballare la quadriglia.
La “grandezza passata”, già. Cioè? Parliamo ancora di quel documentario Rai degli anni ’60 – uno e uno solo – che per sei minuti ci inquadrò tutti come infaticabili lavoratori, grandi ballerini, pionieri dell’interclassismo? E beh, allora ancora non ci rendiamo conto che a quei livelli là, di grandezza, non ci torneremo più. In primis, perché è sbagliato il sostantivo: non eravamo grandi, eravamo semplicemente più capaci. Ed eravamo sognatori, mi sa. Difficile, quando te n’esci martorizzato da una guerra, che non abbia quel minimo d’ambizione di realizzare un mondo sensibilmente meno infame. C’era la voglia di ricominciare, di rimettere la baracca in piedi, e quindi non c’era spazio per l’ingordigia: il traguardo era la sopravvivenza, tutto il di più lo si spartiva. Creando fabbriche, aziende, negozi, ristoranti. Assumendo le persone, incentivando le famiglie. Pagando il giusto, soprattutto.
In secundis, poi, sembriamo aver perso di vista un concetto fondamentale: le città sono fatte da persone. Non hanno una coscienza propria, non decidono autonomamente in quale direzione andare. E le loro storture non si “raddrizzano” così, per partenogenesi. Se con una mano si è pronti a sventolare il pugno di minaccia all’amministratore di turno per la sporcizia delle strade, con l’altra non si possono lasciar scivolare carte a terra, o inizializzare e alimentare discariche autonome al primo accenno di periferia.
Sia chiaro: nessun accenno di difesa di questo o quel sindaco, il discorso qui è più ampio, trasversale e di caratura atavica. Credere che qualcuno possa salire a Palazzo e riportare le cose ai fasti di sessant’anni fa significa ignorare la cruda realtà: oggi non ce n’è più, di imprenditori col sogno d’assorbirsi l’intera manodopera indigena nelle loro aziende, nessun medico condotto si farà più sei piani di scale per una siringa di cortisone al bambino asmatico, nessun politico si rovina la vita per un elettore pronto a crocifiggerlo se non gli arriva il condono. Sperare in questo, quando poi si è i primi a non volerci rimettere nemmeno un millesimo di proprio (in termini di tempo, risorse, rinuncia alle ostinazioni e ritorno a una più parca – seppure meno appagante – liceità generale) non è semplicemente paradossale. È, molto più tristemente, proprio l’esatto rinnegamento di quella “grandezza passata”.

22 giugno 2018 – © riproduzione riservata
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