Gerardo Motta: «Due anni di populismo» di Carmine Landi


Le accuse al governo cittadino e il racconto dell’alternativa: il bilancio di due anni di Francese secondo il leader dell’opposizione

«Purtroppo è quel che hanno voluto i battipagliesi». Nel suo ufficio, all’interno della Motta spa, il leader dell’opposizione Gerardo Motta ripensa agli esiti della lunga campagna elettorale del 2016. Un biennio fa, di questi tempi, ci si preparava al ballottaggio: la città avrebbe scelto l’altra coalizione. Due anni dopo, l’imprenditore passa al setaccio i primi 24 mesi di governo Francese. Un quadro poco lusinghiero, quello che dipinge. E una sliding door su quel che sarebbe accaduto se a quel ballottaggio avesse vinto lui.

Tracciando un bilancio del primo biennio, c’è qualche iniziativa della Francese che Motta apprezza? «Assolutamente no. Due anni di populismo, annunci e proclami, ma nessun fatto: quest’amministrazione è dannosa per la città. Non c’è un progetto strategico per Battipaglia: la Francese dice in continuazione che non ci sono soldi, ma la capacità del comandante d’una nave si vede quando deve navigare tra le onde alte venti metri».

E Battipaglia è in alto mare? «La gente è disorientata perché sono state disattese tutte le promesse fatte in campagna elettorale: dove sono le giunte in streaming? Dov’è la trasparenza? È tutto come prima: l’ufficio legale, per esempio, continua a non costituirsi in giudizio».

Per lei è questo il vulnus? «È di sicuro il vulnus più grande dell’Ente, insieme all’area urbanistica ed al Suap. È clamoroso quel che stanno facendo con la zona Asi».

Cosa stanno facendo? «Fingono che il problema non li riguardi. Con la sentenza del 5 ottobre, il Consiglio di Stato ha chiarito che la nostra area industriale dipende dal Consorzio Asi e che il nulla osta è necessario, ma ad oggi non c’è traccia di provvedimenti consequenziali. Siamo ancora fuori dall’Asi, ma dal Suap continuano a mandare gli imprenditori al Consorzio a richiedere i nulla osta. E allora bisogna subito rientrare nell’Asi e poi distinguere gli imprenditori veri dagli approfittatori. E invece sono passati sette mesi, ma continuano a fare orecchie da mercanti».

Come mai? «Mi auguro che non ci siano interessi personali da difendere. Quest’amministrazione era partita predicando etica e legalità, ma poi si sono visti soltanto litigi interni. È un agglomerato di persone messe insieme soltanto per salvaguardare interessi, e non per amministrare la città».

Due anni dopo, com’è la percentuale dei consensi della Francese? «Bassissima. La gente credeva che la Francese avrebbe fatto cose buone, ma s’è rivelata un po’ come Virginia Raggi a Roma. E non è un attacco alle donne, sia chiaro: il punto è che io non ho alcun colletto bianco alle spalle. Io sono un uomo libero».

Cosa avrebbe fatto prima di tutto se fosse stato eletto lei? «Io avrei messo mano immediatamente all’ufficio tecnico, all’area legale e al Suap, perché, se a questi tre uffici non vengono trasmessi impulsi, la città si ferma».

E Battipaglia è ferma? «È sporchissima, ma qui si pensa a nominare i consulenti. Io avrei messo in gioco persone capaci. Da quella parte, invece, c’era qualcuno che pensava di poter fare il sindaco ombra; poi sono venute fuori tutte le loro contraddizioni. Non c’è una visione a 360 gradi. A Battipaglia c’era bisogno d’una persona che, oltre a relazioni istituzionali, fosse in grado d’intrattenere importanti rapporti personali. Senza parlare della giunta…».

La sua squadra sarebbe stata diversa? «Gli assessori di Motta non avrebbero percepito un euro, e quei soldi li avremmo usati per dare una mano ai tanti battipagliesi che ne hanno bisogno. E poi gli interventi straordinari, le soluzioni ai grandi problemi, che avremmo affrontato creando una grande sinergia all’interno della classe imprenditoriale, senza escludere nessuno, perché, quando si è istituzioni, non ci sono amici e nemici, e pure questo alla Francese non è chiaro».

Sull’alta velocità, però, state collaborando… «Come cittadino e come capo dell’opposizione, sono andato a Roma per interloquire con alcuni dirigenti importanti: ho chiesto un treno ad alta velocità che parta alle 9 meno un quarto da Battipaglia, facendo presente che per un ragguardevole bacino d’utenza questa soluzione sarebbe molto più comoda d’andare a Salerno. E poi ho ricordato ai vertici di Ferrovie dello Stato che Battipaglia ha un indotto agricolo che ammonta a più d’un miliardo d’euro l’anno: servirebbero due o tre treni merci ad alta velocità a settimana. Si garantirebbe l’interscambio di tutti i prodotti».

E i dirigenti di FS concordano? «Loro hanno trovato gli spunti molto interessanti. E poi ho fatto presente che il Comune può offrire a titolo di foresteria per il personale i due piani nella palazzina del PIU Europa: a loro serve».

Questo lavoro in sinergia con l’amministrazione potrebbe estendersi ad altri ambiti? «No, no. Finisce qua. Può ricapitare soltanto se, come in questo caso, si tratta d’un argomento d’interesse comune».

Capitolo stir: lei cosa avrebbe fatto? «Io non sarei mai arrivato al punto di farlo chiudere dalla Provincia, com’è accaduto l’estate scorsa: lo avrei fatto io. Sarei andato direttamente da De Luca e da Canfora, e i 10mila non li avrei portati in strada, ma allo stir. Loro, invece, non sono autorevoli».

Insomma, a sentirla, con Motta sarebbe stata tutt’altra cosa… «Se, per il nome che ho costruito, m’è consentito d’entrare in certi meccanismi, a molti dà fastidio. Ne soffrono. In campagna elettorale avevo contro i poteri forti, perché lo strapotere dei dirigenti lo avrei arginato. La città l’avremmo rimessa in piedi. Le strade rovinate le avremmo asfaltate senza soldi, ed alla Francese, che chiede “come avresti fatto?”, rispondo che non le interessa come avrei agito io. È il sindaco? Faccia lei!».

Non ci sono responsabilità imputabili alla minoranza? «Eravamo partiti facendo una dura opposizione, ma poi i soliti noti hanno detto che, in questo modo, non avremmo consentito all’amministrazione di lavorare. E allora, su una serie di argomenti, abbiamo bloccato l’opposizione, ma i risultati sono comunque scadenti: i soldi persi con le scuole, l’assistenza agli anziani e ai disabili, le continue condanne dell’Ente».

Quest’amministrazione dura cinque anni? «No, non ci arriva al 2021».

Non c’è due senza tre: Motta si ricandiderà a sindaco? «Devo aver rispetto per le 11.500 persone che m’hanno votato. Ad ogni modo, un conto sarebbe stato diventar sindaco nove anni fa o nel 2016, mentre ben altra cosa significherebbe farlo oggi. Se sarà necessario, non ci tireremo indietro, ma se sorgessero nuove opportunità nell’interesse collettivo, noi faremmo non uno, ma 100 passi indietro. L’importante è non saltare dalla padella alla brace, però. Nessuno ha prescritto che io debba fare il sindaco, ma ora lo pensano anche molti di quelli che, nel 2009, hanno votato il sindaco arrestato e nel 2016 hanno eletto la Francese».

In lizza, ma senza ossessioni?«L’ossessione ce l’hanno gli altri…».

10 giugno 2018 – © riproduzione riservata
Facebooktwittergoogle_plusmail