Fuori dal Palazzo

C’è Mario, un cinquantenne con la barba incolta seduto sul divano del salotto di casa. Malinconicamente fissa lo schermo della tivù, e col telecomando nella mano destra fa zapping da un canale all’altro. Sulle pareti della stanza, avvolte dal buio della sera, i riflessi delle luci che s’irradiano dal monitor danno vita a un oscillante gioco di colori, che termina quando l’uomo indugia su un canale che trasmette un notiziario. C’è un’ultim’ora, in basso, su uno sfondo rosso, che colpisce la sua attenzione: “Il cdm stanzia 5 miliardi di euro per le banche”, c’è scritto. E da qualche altra parte del mondo, tra yacht e cene di lusso, qualche manager che, fino a qualche mese prima, in una di quelle banche, aveva incarichi dirigenziali, butta giù un altro sorso di Moët & Chandon. In quel salotto, invece, Mario che ha moglie e figli da mantenere, si ricorda di quando un giudice decretò il fallimento della sua piccola impresa. Il debito era di 20mila euro. E dagli occhi fissi sulla tivù sgorgano rivoli di lacrime.
C’è Carlo, un venticinquenne che lavorava in un’azienda a Battipaglia. Voleva costruirsi un futuro, e invece, in un’assolata domenica di giugno, le sue speranze sono andate in fumo insieme allo stabilimento della società che lo pagava. E se li ricorda, i convulsi giorni del rogo: le forze dell’ordine d’ogni ordine davanti ai cancelli della fabbrica, i vigili del fuoco che provavano a domare le fiamme selvagge, i curiosi che scattavano fotografie. Dall’altro lato della strada, c’era suo cugino, che aveva ereditato dai genitori, gente umile e perbene, un minuscolo appezzamento di terra a poche decine di metri dal luogo dell’incendio. E provava a portar via le gabbiette ricolme di pesche: le aveva raccolte in settimana, dopo mesi di duro lavoro, e avrebbe dovuto rivenderle a un esportatore ortofrutticolo. Un accordo sulla parola, ma il giorno dopo quell’uomo gli avrebbe detto: “Dopo l’incendio, non se ne fa nulla!”. E il cugino di Carlo avrebbe provato a parlargli di Arpac e affini, ma il venditore avrebbe seccamente ripetuto: “Dopo l’incendio, non se ne fa nulla!”. Carlo, adesso, è in aula consiliare a Palazzo di Città, accanto a un sindacalista che ha preso a cuore la sua causa e ha chiesto l’intervento dell’amministrazione comunale, che, a dirla tutta, s’è pure rivelata disponibile. Se ne sta sulla sua sedia, e ascolta quelle persone intente a litigare e a scambiarsi biechi sguardi, pure dalla stessa parte del piccolo emiciclo. E litigano, e parlano di firme e documenti per far la pace. Diverbi focosi, mentre Carlo, nella sua mente, rivede le fiamme che gli han tolto tutto. E pensa al papà, con un passato difficile, che ora lavora in una municipalizzata che rischia di saltare perché, da più d’un mese, dal Comune non si vede il becco d’un quattrino. Stringe i pugni, digrigna i denti e lascia l’aula. Via dal Palazzo. Percorre nervoso le strade che lo conducono alla sua casupola, in un periferico quartiere dormitorio. E pensa che non è soltanto una strada a tener divisi il Palazzo e il suo quartiere: c’è un abisso. E c’è chi lo chiama “populismo”, quell’abisso, e chi lo bolla come “demagogia”, e chi dice che è lì che nasce una cosa che si chiama “antipolitica”, ma a Carlo, che s’è visto troncare il futuro, le parole e le etichette non interessano più. Ora si chiede soltanto chi, tra suo padre e lui, il giorno dopo dovrà comprare il pane da portare a casa, nel suo quartiere dormitorio. In una palazzina lontana dal Palazzo.

30 giugno 2017 – © Riproduzione riservata
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