Fonderia Pisano, cosa c’è di vero?

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La fonderia Pisano a Battipaglia. La voce, circolata con insistenza in città, ad oggi pare una notizia priva di fondamento, un’ipotesi remota, appena smentita dalla sindaca Francese (leggi l’intervista a pagina 3). Ma il tema merita un approfondimento doveroso per informare al meglio i cittadini, anche a costo di alimentare più dubbi che certezze. Le domande vanno poste. Le risposte pretese. Ma procediamo con ordine.
La fonderia Pisano è a Fratte, Salerno. La sua è una lunga vicenda giudiziaria, nata negli anni ’80 dalle denunce dei residenti della zona della fonderia – costituitisi nel Comitato Salute e Vita, guidato da Lorenzo Forte – che vedevano i propri cari ammalarsi o morire e che vedevano nella fonderia stessa le cause di questi mali. La sentenza n° 415/2007 del Tribunale di Salerno stabilisce che vi sia stato inquinamento e danno ambientale da parte dell’industria. Da allora altri processi, sempre per reati connessi all’ambiente. E intanto, negli ambienti politici salernitani, si comincia a parlare di necessità di delocalizzazione. È il 24 giugno di quest’anno, quando l’agenzia Ansa riporta “I carabinieri del Noe di Salerno hanno sequestrato su disposizione della Procura le Fonderie Pisano. I reati contestati ai titolari dello stabilimento di via Pisano, al centro da tempo di polemiche sull’inquinamento ambientale prodotto sono: scarico di acque reflue inquinanti, gestione illecita di rifiuti speciali anche pericolosi, emissioni nocive in atmosfera, danneggiamento di beni pubblici, gettito di cose idonee a molestare le persone, violazione della normativa antincendio e della sicurezza dei luoghi di lavoro, abuso d’ufficio, falsità materiale ed ideologica in atti pubblici”.

Gli attori in gioco
Un ruolo importante nelle vicende della fonderia lo hanno avuto i sindacati. Il futuro dell’industria coincide con il futuro lavorativo degli operai attualmente impiegati e che seguirebbero il destino e la delocalizzazione dell’industria stessa. È comprensibile quindi una posizione che mira alla risoluzione in brevi tempi della vicenda, individuando quanto prima i terreni su cui installare la nuova azienda.
Due distinte sezioni dell’ArpaC – Agenzia regionale protezione ambientale Campania – si sono alternate nelle analisi dell’ambiente della fonderia oggetto d’attenzione della Procura salernitana. La sezione di Salerno (prot. n° 0034467/2014) ha più volte riportato nei propri giudizi che i campioni di terreno analizzato contenevano valori inquinanti superiori alla soglia di contaminazione, nel caso in cui la valutazione dell’inquinamento si riferisse ad un’area densamente popolata come quella destinata ad uso residenziale. Viceversa, nel caso i valori fossero stati rilevati in area industriale, gli stessi potevano essere considerati inferiori alla soglia di contaminazione, e quindi a norma. La sezione di Caserta – con l’esperienza della terra dei fuochi –, chiamata in causa sempre dalla Procura salernitana, pare invece orientata in maniera opposta, ritenendo quei valori in ogni caso inquinanti.

Dove delocalizzare? L’inquinamento dell’acqua e dell’aria
Di certo gli industriali Pisano non sceglierebbero casualmente il territorio battipagliese. Quel tipo di industria necessita, a livello territoriale, di due elementi: acqua e accessibilità alle infrastrutture di trasporti. Non a caso l’altro territorio in ballo è quello di Campagna.
L’acqua, però, per Battipaglia, è un elemento naturale già fortemente interessato da notevoli e diversificate forme di inquinamento: la cronica mancanza di depurazione delle acque civili dà luogo ad inquinamento organico; poi c’è l’inquinamento chimico proveniente dall’agricoltura intensiva. Un’eventuale contaminazione da metalli pesanti – ove mai si dovesse presentare – rappresenterebbe il terzo tipo di inquinamento.
Ma, stando alle contestazioni dei Carabinieri del NOE, la fonderia avrebbe prodotto anche emissioni nocive in atmosfera. Non v’è dubbio che l’installazione di nuovo impianti a servizio della fonderia sarebbe in linea con le prescrizioni di legge in materia di emissioni in atmosfera. Ma come farlo digerire ai battipagliesi che hanno avuto le stesse rassicurazioni a proposito di altri impianti localizzati sul territori e che nonostante ciò si ritrovano ad essere accurati sommelier di miasmi, dovendo distinguere le varie puzze e provenienze?

La presunta ricaduta occupazionale
Oltre allo scenario ambientale, va tenuto in debito conto anche la ricaduta occupazionale. Dovendo garantire la continuità occupazionale agli operai provenienti dalla precedente sede, non potrebbe garantire un sostanzioso numero di posti di lavoro per il territorio battipagliese. A meno che i calcoli occupazionali (e relative garanzie) non siano diversi, il territorio non gioverebbe nell’immediato di incrementi occupazionali. A questo punto necessitano, quindi, un ponderato e razionale calcolo costi/benefici relativamente all’installazione di questa fonderia a Battipaglia e la verifica che questa scelta sia in linea con le scelte di sviluppo futuro del territorio. Il territorio e il suo futuro lavorativo ha già pagato a caro prezzo i “pressappoco” o i “cominciamo e poi vediamo” del passato.

Quale futuro per Battipaglia? Industria o agricoltura?
Non è di certo l’installazione di una singola azienda a determinare il futuro di un territorio, ma l’ormai decennale latitanza politica ha reso improrogabile la scelta di un futuro nel quale impegnarsi coralmente. Senza giri di parole, reindustrializzazione del territorio o vocazione agricola? L’industria che ha presidiato il territorio e ne ha permesso un arricchimento negli scorsi decenni ha mostrato i limiti propri di un’industrializzazione calata dall’alto. Crisi industriale prima e finanziaria poi hanno sradicato molte realtà. L’approdo di una nuova realtà industriale potrebbe essere volano per un rilancio economico ed occupazionale solo qualora sostenuto da ulteriori investimenti che creino quel tessuto aziendale capace di produrre autonomamente innovazione.
D’altro canto, molta dell’immagine economica che l’Italia sta esportando nel mondo è legata ai prodotti ad alto contenuto d’innovazione, artigianalità, design, e soprattutto al settore agroalimentare. E proprio quest’ultimo settore è parte fondamentale della tanto citata vocazione territoriale, fino al punto da configurandosi come elemento di tenuta rispetto alla caduta occupazionale degli ultimi anni. Di certo, la soluzione di compromesso che vede sviluppare contemporaneamente entrambe le realtà non è sostenibile: l’esiguità del territorio disponibile, le poche fonti d’investimento pubblico e il tipo di immagine mediatica richiesta vanno dedicate ad uno sviluppo o all’altro. Il tavolo di crisi industriale prevede lungimiranza e scelte e non solo pianto greco.

28 ottobre 2016 – © Riproduzione riservata
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