Per finire: piccoli momenti della Grande Storia Italiana (di Lucio Iaccarino)

Il leghismo oggi ci appare come la forza politica più presente, consentiteci il cacofonico gioco di parole, come un movimento da sempre presente nel nostro sistema politico. E invece l’invenzione della Lega Nord è un fenomeno relativamente recente. La sua prima apparizione risale al 1979. Ma anche l’Italia è a sua volta una nazione giovane. Lo abbiamo ricordato nelle puntate precedenti, molto giovane se comparata con altre nazioni europee. Ne abbiamo parlato a proposito dell’Inghilterra, lo ricorderete certamente. Appena 150 dalla nascita. E se i nostri padri conservano ancora la memoria dei loro nonni, è plausibile che qualcuno di essi abbia avuto a che fare con il risorgimento e magari potremmo scoprirlo nella spedizione dei mille. Fenomeni recenti ma che vanno in direzioni diametralmente opposte.
O almeno così sembra.
Sul finire dei Settanta e agli inizi degli anni Ottanta del Novecento, prende forma una serie molto lunga di proto-formazioni regionaliste come la Lega Emiliano-Romagnola, l’Alleanza Toscana, l’Union Ligure, Piemont Autonomista, La Lega Lombarda, la Liga Veneta. È una micro storia regionalista ricca di scissioni e di tumulti interni a un’élite politica in formazione che si avvia a muovere i primi passi, destinata a un futuro di successi più roseo di qualsiasi previsione si potesse all’epoca azzardare. Si richiamano alle tradizioni agrarie e a mondi contadini spazzati via dall’Unità politica del Bel Paese. Rivendicano autonomia linguistica, recupero delle proprie origini dialettali e ripristino di queste nell’uso comune. Chiedono la valorizzazione degli usi e dei costumi popolari, come se l’Italia minacciasse le fondamenta comunitarie delle loro terre. Pretendono autonomia amministrativa, decentramento come devoluzione di poteri dal centro alla periferia. Mal sopportano le tasse che sentono come un’imposizione del dominatore straniero. La loro patria è lontana da Roma ed è contro Roma. Concorsi pubblici su scala regionale per garantire accessi etno-regionali negli impieghi pubblici ma soprattutto rientro degli stranieri e dei meridionali nelle loro terre di origine. Giudice e giudicato dello stesso ceppo ento-regionale, servizio militare obbligatorio da espletare nella propria regione.
I manifesti politici del proto leghismo parlano di nasiòn veneta fin dal 1979, sono scritti in dialetto e con il pennarello, “inporghe el Talian ai fio’i a vol dir tajarghe la so lengoà e le so raixe”. Convocano congressi come quello della Liga tenutosi a Feltre (9 marzo 1980) all’insegna dell’autogoverno, dell’autodeterminazione e della nazione veneta. Denunciano che “la verità è che il massone Garibaldi non amava i veneti” (1982) e poco sotto “No ai sorvegliati speciali e alla criminalità mafiosa e politica nel Veneto”. Un anno dopo si legge sugli stessi muri: “sono veneto e voto veneto”. Ma già nel 1989 il messaggio politico dei cugini lombardi recita: “la gallina lombarda scodella uova d’oro per Roma e più giù! Tutte restan fritte in padella e da noi non tornano più!”. Nel 1993 il manifesto della Lega Nord parla già in politichese, fin dal titolo, “Progetto istituzionale della Lega Nord” con sottotitolo “per una Repubblica Confederale”; e poi, a centro pagina, lo stivale segnato dai confini regionali e suddiviso in tre livelli di governo: le regioni, le federazioni e la confederazione italiana.
Viene in mente il personaggio principale del romanzo di Tullio Avoledo (Lo stato dell’unione, Sironi, 2005), Alberto Mendini, che deve organizzare una campagna di comunicazione volta a riscoprire le origini celtiche della sua regione. In principio le remore più grandi erano di ordine morale, poiché gli sembrava irresponsabile costruire una storia dal nulla, per il sol fatto che un assessore regionale fosse disposto a finanziare. Dal momento in cui ha deciso di accettare l’incarico, il suo problema non è più quello di moralizzare la committenza, quanto piuttosto quello di tracciare delle strade di persuasione.
Dopo tre citazioni cinematografiche delle puntate precedenti ci sia concesso richiamare un romanzo italiano che spiega in profondità e meglio di tanti saggi gli eccessi del nordismo italiano e della questione settentrionale. E proprio quando la piccola storia della Lega Nord va a sbattere sulla Grande Storia d’Italia succede l’incredibile: la Lega diventa partito nazionale a tutti gli effetti. Perde il volto antisistemico e rivoluzionario degli albori per affermarsi come vera forza di governo del Paese, distante anni luce dal proto-leghismo che l’ha generata. A rileggere la Storia d’Italia degli ultimi trent’anni, risulta evidente che è molto più simile la Lega Nord ai partiti politici della tradizione repubblicana di quanto lo siano tutti gli altri partiti. Quella che abbiamo dinanzi a noi è una Lega italianizzata al 100%, mentre le sue rivendicazioni nordiste sono entrate nella mentalità italiana ben oltre i confini padani. La Padania esiste, per fortuna non è una nazione ma una parola di senso comune, a cui ricorrono ormai tutti anche quelli come noi che non sono leghisti. L’Italia va avanti, oltre la vita degli italiani e nonostante le tante nazioni che ribollono al suo interno.
Noi con la rubrica Time 151 ci fermiamo qui, sperando di aver offerto ai battipagliesi qualche spunto di riflessione con la giusta dose d’irriverenza per la quale ci battiamo da tempo, con la volontà di analizzare il presente senza rinunciare al comune passato.

Lucio Iaccarino

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