Ferdi o si vince o si muore! di Enzo Faenza

Nero su Bianco desidera ricordare l’amico Enzo Faenza, prematuramente scomparso pochi giorni fa, ripubblicando un suo commovente racconto


A tre minuti dalla fine di una partita punto a punto, l’arbitro mi aveva ingiustamente chiamato il quinto fallo e nell’uscire dal campo mi ero procurato una grave ferita al braccio. Appena uscito dalla sala operatoria, ancora fortemente confuso dall’anestesia, aprii gli occhi e mi vidi di fronte il mio allenatore Ferdinando, Ferdinando Giannattasio. Con uno filo di voce gli chiesi: “Ferdi, che emma fatt?’” Lui, facendo un salto di gioia, replico’: “Emma vint, emma vint!”. Io scoppiai in un pianto forte e liberatorio mentre nei suoi occhi comparvero alcune timide lacrime. I medici presenti ci guardarono stupiti, ci presero forse anche per matti non comprendendo quella nostra gioia immensa… per una “semplice” vittoria. Fu quello il momento più bello del nostro lungo rapporto sportivo ed umano: lui il mio allenatore di pallacanestro, io un suo allievo. Lui di destra, io all’altro lato. Lui estroverso e brillante, io timido e taciturno. Due vite quasi opposte ma idealmente unite da una grande scritta che campeggiava, con tanto di teschio neofascista, sui muri della De Amicis: “Ferdi o si vince o si muore!” Eravamo magicamente congiunti da quelle parole, uniti dall’unica attività umana che unisce fraternamente gli uomini e mai li divide: lo sport! Ferdinando non era un semplice allenatore di basket, di provincia: era un intellettuale di questo sport! Pur non avendo mai praticato la pallacanestro, ne conosceva ogni segreto, ogni tattica, ogni mossa! E mentre Vicienzo Bippone, il nostro più affezionato tifoso, assisteva all’allenamento e, infreddolito, consumava su una panchina la sua cena (sfilatin e vruoccul scuppttiat!), Ferdinando spiegava gli schemi scandendo i loro nomi in perfetto americano! La grande voglia di quest’uomo di evadere dalla mediocrità della provincia, strideva con un ambiente fisico e culturale “sconvolgente”! La palestra De Amicis, ovviamente scoperta, era stata ricavata dal cortile della scuola elementare ed era assolutamente abbandonata alle perturbazioni atmosferiche e… al menefreghismo delle istituzioni e dei politici locali! Un’intensa puzza di creolina, cosparsa quotidianamente dai vicini “pisciaiuoli”, dava il benvenuto agli atleti e ai tifosi. Gli spogliatoi erano perennemente allagati. Le docce di sicuro “made in Scozia”: l’acqua calda si alternava “terapeuticamente” alla fredda e la fredda alla calda. E che dire dello “ius transeundi” (diritto di transito) del custode della scuola!? Spesso, di domenica, semmai appena iniziata la partita, questi metteva in moto la sua Lancia parcheggiata nella zona spalti e con due colpi di clacson ci ricordava che era suo inalienabile diritto attraversare il campo per guadagnare l’uscita. Allora l’arbitro di turno, sollecitato dai nostri inequivocabili gesti, prima sbigottito fischiava la sospensione della partita… e poi con gentilezza dirigeva pure il passaggio dell’inaspettato automobilista! Ma ancora più sconfortante era lo “ius canis iungendi” (diritto di legare il cane) sempre del custode e sempre assolutamente contemplato dal diritto romano!? In pratica questi, quando a riposo dall’attività venatoria, legava il suo cane da caccia nello spogliatoio dell’arbitro! Indimenticabile fu l’entrata e la repentina uscita di un giovane arbitro che fu attaccato alle gambe dall’ “improbabile” inquilino! In questa “location”, in questa realta’, Ferdinando ci allenava e soprattutto ci educava ai piu’ alti valori dello sport! Egli era un grande, un indomito condottiero: sia negli allenamenti che in partita! Indimenticabili i suoi “time out”! Arrivavamo alla panchina, lo circondavamo fino a farlo sparire e mentre i l sudore e il vapore abbandonavano i nostri giovani corpi, lui arringava alla grande. “Ragazzi, non potete mai immaginare quanto sia importante la prossima azione! Maurizio, Peppe… noi dobbiamo, noi dobbiamo prendere questo rimbalzo! E poi dare il pallone alle ali, darlo subito alle ali! Valerio, Amabile, Salvatore dovete scattare in avanti come fulmini!” Allora si sentivano dei gridolini di “piacere” di Maurizio, Salvatore cominciava a dondolare le gambe, Amabile sorrideva sornione! Dopo pochi secondi la pelle s’accapponava agli applausi del pubblico: avevamo fatto canestro… ancora una volta! E poi tante e tante altre volte ancora! Che un anno, in quel “cortile”, nessuno riuscì a vincerci, a fermarci… se non il custode, con i suoi due colpi di clacson! Avevamo una marcia in più, avevamo la grinta e la passione di un grande coach “nel motore”: “Il contropiede, ragazzi, deve essere la nostra forza!” Pochi passaggi, due… massimo tre! Dobbiamo sorprendere i nostri avversari ancora di spalle e andare a canestro, a canestro!” La nostra storia, caro Ferdi, è stata una favola sportiva ed umana! Peccato che un giorno la morte ha sorpreso proprio te… in contropiede. Ed anche noi, impreparati, non siamo riusciti a difenderti da essa! Se tu fossi riuscito a chiamarci ad un ultimo time out, se tu fossi riuscito a guidarci una sola volta ancora!? “Ragazzi, non potete mai immaginare quanto sia importante la prossima azione! Fermi in difesa, fermi! E braccia alte, tutti a braccia alte! Non deve passare, non puo’ andare a canestro!” Noi… Enzo, Maurizio, Minucciello, Amabile, Salvatore, Valerio, Virginio, Peppe, Luciano, Carlo, Vito, Bruno, Cosimo e Vicienzo Bippone… i tuoi ragazzi… tutti insieme, come rocce, in difesa, avremmo fermato anche la morte…

Nella foto: 
1974 Polisportiva Battipagliese, palestra della scuola elementare De Amicis. Da sinistra (in piedi): Ferdinando Giannattasio, Minuccio Esposito, Virginio Bonito, Vito Granese, Amabile Guzzo, Salvatore Freda; (accosciati) Enzo Faenza, Valerio Bonito, Rosario Piccirillo, Luciano Matrone, Enzo Pascale.

12 gennaio 2018 – © Riproduzione riservata
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