Fattura mista

Una manovra che a Montecitorio chiamarono con roba tipo “interventi di semplificazione nei rapporti economici con la Pubblica Amministrazione”. Cosicché è dal 2015 che vige la famigerata “fatturazione elettronica”: ovvero, per qualunque fornitura a un Ente pubblico, nisba incasso se non s’invia la fattura “virtuale” su un apposito circuito telematico. Avendola prima firmata digitalmente, è ovvio. Il tutto, tenendo nel dovuto conto il “disguido dietro l’angolo” che sempre incombe quando si ha a che fare con l’informatica: un campo illeggibile, il carattere non accettato, l’incompatibilità improvvisa tra gli hardware. C’è di che tremare, sempre. Fidatevi.
Comunque. Magari – almeno per la fase esecutiva – il problema non si pone per chi di fatture agli enti suddetti ne fa tre, quattro l’anno: in questo caso si può usufruire di organizzazioni come le Camere di Commercio, che (bontà loro) per piccoli quantitativi annui mettono a disposizione portali semplici semplici, con pochi campi da compilare e un “click” per l’invio. Certo: serve sempre la firma digitale, e quindi – per gli operatori più piccoli, cui non conviene avere una struttura amministrativa interna – l’intervento di qualcuno competente in smart card e lettori vari. Il proprio commercialista, quasi sempre. Che, come tutti i professionisti, si fa pagare: magari poco, ma gli è (sacrosantemente) dovuto.
E, ugualmente, il problema non si pone (non più di tanto, intendo) per chi di fatture alla Pubblica Amministrazione ne fa parecchie, ma tutto sommato ha risorse e struttura per acquistare un software dedicato e affidare l’incombenza a un contabile interno.
Il vero caso da brividi, in realtà, è quello maggiormente diffuso: piccolo fornitore o artigiano (elettricista, fabbro, negozio di cancelleria, bar convenzionato) che con gli Enti ci collabora in maniera continuativa e quindi ogni anno sforna rilevanti quantità di fatture di modico importo. Ahia: un fatto che non può gestire lui da solo, assolutamente. E quindi da appaltare a terzi: consulenti, centri elaborazioni dati, agenzie di servizi. Col relativo costo, che in questo caso è sensibilmente più alto del “rimborso del fastidio” chiesto dal commercialista per la sola firma digitale.
Sull’altro fronte, invece, che succede? Niente. Il contabile pubblico, prima pagato per ricevere la fattura, controllarla, contabilizzarla e pianificarne il pagamento, ora se la ritrova dritta sul monitor, già registrata e scadenzata. Il costo dell’Ente rimane lo stesso, ma per un servizio che il suo addetto non fa più perché indirettamente “rifilato” al mittente, che a sua volta deve sostenere un costo – che prima non aveva – per compilare e inviare la fattura. Il che, a lungo andare, comporta giocoforza un aumento di prezzi da parte del fornitore e un aggravio di spesa sul bilancio dell’Ente. In sostanza: onerosità triplicata, se non quadruplicata, per un’operazione che non apporta un grammo in più in termini di produttività. O meglio: di grammi – ma parecchi – ne sottrae al tempo (sempre prezioso) dell’imprenditore, sprecandolo in burocrazia.
E questo, per dire, prometteva d’essere un intervento di semplificazione. Fosse stato di complicazione che avremmo dovuto aspettarci, una risoluzione Onu prima d’ogni matita venduta?

22 settembre 2017 – © Riproduzione riservata
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