Exit – di Iole Palumbo

Non appena varcai la soglia della residenza studentesca pensai a mia nonna. L’odore della polvere e le macchie di unto mi accolsero proprio come lei mi aveva prospettato. Quasi che la moquette fosse il lupo nero dal quale guardarmi quando sarei giunta a Oxford, vincitrice di una borsa di studio Erasmus. Nella sua testa era impossibile comprendere le ragioni per cui delle persone potessero decidere di ricoprire il pavimento della propria casa, che lei lucidava tutti i giorni, con del tessuto. E io che avevo creduto di essere immune del demone della pulizia che aveva invaso tutte le donne della mia famiglia, capii subito di esserne stata inconsapevolmente colpita. I miei coinquilini non esitarono un minuto a chiedermi se fossi italiana quando mi videro arrivare in cucina con un doppio strato di calzini e il barattolo di passata di pomodoro versione casalinga. Nonostante tutto mi invitarono a mangiare assieme, ben consapevoli di quanto mi pesasse condividere con loro le stoviglie personali. Fummo subito una famiglia. A lezione i docenti erano rassegnati a scandire bene le domande visto il livello da cui partivano di solito gli italiani all’arrivo nella loro nazione. Eppure ricordo che il primo esame lo superai ascoltando il professore decantare l’Ara Pacis  e riconoscere che il British Museum non avrebbe avuto ragione di esistere senza i furti del Partenone. Mi colpì così tanto che non solo terminai il mio progetto, ma decisi di rimanervi anche dopo, convinta che avrei avuto un’occasione migliore che a casa mia.
E tutto si realizzò davvero come previsto. Ma solo per poco. All’inizio era solo un dubbio e per questo avevo preferito fare la pausa caffè alla mia scrivania, appurando che al mio arrivo le accese discussioni si placavano in improvvisi silenzi. Poi era subentrata la sensazione di inadeguatezza quando ero stata sostituita ad un paio di convegni a causa del mio accento poco british. Infine ne ebbi la certezza. Il mio contratto stava per scadere e per avere il rinnovo andai come sempre avevo fatto, a ritirare la mia lettera di referenza dal capo.  Lo trovai a mani vuote. Cominciò dicendomi che l’aria era cambiata, che c’erano tanti ragazzi nati lì su cui lo Stato aveva investito e che avevano diritto a un’opportunità. Mi fu tutto chiaro. Salutai. Riflettei sul fatto che da un po’ non ricevevo inviti agli aperitivi. L’aria era davvero cambiata. Ed io mi sentii straniera nella mia Europa. Le porte che mi si erano aperte, si richiusero brutalmente all’improvviso e io assaporai la sconfitta. Avevo giocato tutti i game testa a testa, ma il tie break potevo sostenerlo. Raccolsi così, le mie cose in valigia e prenotai il biglietto che non avrei mai voluto staccare. 

Iole Palumbo

5 dicembre 2020 – © Riproduzione riservata

Facebooktwittermail