È andato tutto bene

Quando decidi di scrivere a qualcuno in un momento difficile pensi sempre a una minima possibilità di parlare d’altro, di provare a distrarlo, di aprire una finestra su qualche avvenimento parallelo che magari in quel momento, con l’attenzione giustamente rivolta a tutt’altro, è un peccato che gli sfugga. Ma non c’è niente, oggi, di cui poter parlare senza che un lembo di pensiero non resti sempre attaccato lì, all’emergenza, alle vittime, all’impietoso raffronto tra malati e guariti, al volto severo delle istituzioni nella conferenza stampa quotidiana: improvvisa, drammatica nemesi serale del programma, della fiction, della serie tv con cui, fino a pochi giorni fa, ciascuno aveva il suo rasserenante appuntamento fisso.
Ciò che di bello ci sarà avverrà domani, non ci è dato sapere quanto distante da ora, oscilliamo in un tam tam tra cuore e cervello per capire quando ragionare e quando sperare.
Allora voglio immaginare di stare scrivendo da lì, dal futuro; di conoscere cose che ancora non sapete, di avere lo sguardo stampato sul finale di questa storia per provare a riferirvene ogni dettaglio. E userei quello stesso slogan che ci stiamo cucendo nel quotidiano, in petto, negli occhi, sulle labbra, in ogni gesto così elementare eppure così essenziale di cui stiamo riscoprendo l’importanza.
È andato tutto bene, vi direi. Qui, in questo mese boh del 2020, in questa fetta imprecisata di spazio-tempo in cui tutto è finito, abbiamo vinto noi. Stiamo festeggiando, adesso; siamo così gonfi di sospiri di sollievo che per poco non prendiamo il volo. E, su ogni cosa, stiamo stringendo nel nostro enorme abbraccio le famiglie di quelli che non ce l’hanno fatta, provando a farle sentire meno sole. Facendo capire loro che lo sappiamo, oggi, che ogni loro perdita è stata un sacrificio per avvisarci della brutalità di questa malattia e darci il tempo di trovarne i punti deboli.
Abbiamo imparato, anche. Parecchio. A valorizzare il lavoro degli altri, ad esempio. Qualunque lavoro: medico, avvocato, pilota, notaio, salumiere, calzolaio, astronauta, cameriere. Quelli che ci sono dovuti essere, stoici ed eroici, in corsia e per i reparti ospedalieri, nei supermercati, nei furgoni per le strade, e quelli che ci sono mancati. Capendo anche che chiunque esca per lavorare merita tutela, assicurazioni, contributi, ferie, gratifiche, e non può di colpo ritrovarsi invisibile agli occhi dello Stato quando le circostanze gli impediscono di andare a guadagnare il pane per la sua famiglia. O, ancor peggio, quando per uscire deve commettere un apparente reato perché non sa cosa mostrare ai controlli. 
Abbiamo imparato a difenderci e proteggerci a vicenda, ad aiutare chi inciampa, ad aspettare chi resta indietro, ad obbedire a qualche legge in più prendendo coscienza che sono scritte per prevenire e non per punire.
Poi, per carità, s’è appreso pure qualcosa di non piacevole, tipo che la signora Carla del quinto piano, usa ogni sera a uscire al balcone per il flash mob musicale, di certo non andrà a Sanremo; o che la nonna di Carletto, che sempre s’era autoproclamata la regina della pizza fatta in casa, in realtà comprava quella surgelata; o ancora, che per aumentare le fughe all’aperto c’era chi un’unica busta d’immondizia la divideva in tre sottobuste da buttare ogni mezz’ora.
Questo, va be’, e chissà quanto altro: ma tutto sommato, qui nel futuro, con la nostra dannata imperfezione, col solito orgoglio da finti duri mentre anneghiamo nel nostro lago d’umanità, ancora una volta ce l’abbiamo fatta.

Ernesto Giacomino

Foto di Antonello Toriello

20 marzo 2020 – © Riproduzione riservata

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