È andato tutto bene?

Tanti arcobaleni colorati, cuoricini, prati fioriti, soli sorridenti. E sotto ai disegni dei bambini, la scritta: “Andrà tutto bene”. Ma dopo circa due mesi di pandemia possiamo affermare che è andato tutto bene? Al momento si contano oltre 30.000 morti ufficiali in Italia e quasi 300.000 nel mondo. Già a vedere il numero dei morti ci si accorge che non proprio tutto è andato bene. La prima linea che doveva attivarsi e che in tutta questa vicenda non ha dato segni di sé era la sorveglianza epidemiologica. In Italia abbiamo dal 2008 il Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale, stilato per fronteggiare la comparsa di nuovi ceppi virali.  Esiste anche un Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie che per il 2019 è stato finanziato con EURO 8.447.600,00. Esistono poi gli Uffici di Sanità Marittima Aerea e di Frontiera e i Servizi territoriali per l’Assistenza Sanitaria al personale Navigante (USMAF-SASN) ubicati nei principali punti di ingresso internazionali (porti e aeroporti). Svolgono attività di sorveglianza sanitaria preventiva internazionale e transfrontaliera. A loro è affidata la difesa sanitaria del territorio nazionale dal rischio di importazione di malattie infettive attraverso i movimenti internazionali di persone e merci. Ciononostante il virus è entrato in Italia e ha circolato liberamente per settimane senza essere intercettato. La sorveglianza epidemiologica non attivandosi ha comportato la mancanza di dati precisi sulla diffusione dell’epidemia e la totale assenza delle attività di igiene pubblica: isolamento precoce dei contatti e tamponi immediati sul territorio a malati e contatti. 
La sanità pubblica e la medicina territoriale da molti anni sono state trascurate e depotenziate. I pochi igienisti e medici presenti nei suddetti organismi sono impiegati per lo più negli uffici, non sul territorio. Sono completamente scollegati dagli altri protagonisti di questa tragedia annunciata: i medici di famiglia. Questa seconda linea del nostro sistema sanitario (20 regioni, 20 organizzazioni sanitarie diverse), colta di sorpresa, ha subìto il primo impatto devastante rimanendone travolta. I medici del territorio si sono trovati soli, senza nessun coordinamento centrale e senza nessuna protezione. I DPI (dispositivi di protezione individuali) non sono stati forniti tempestivamente dalle ASL e chi ha cercato di procurarseli da sé, ha scoperto che erano introvabili. Molti colleghi hanno perso la vita e tanti sono diventati loro stessi fonte di contagio. L’ondata epidemica ha proseguito la sua corsa, una marea di persone ammalate si è riversata sulla terza linea: gli ospedali. Ben il 10% dei malati Covid necessita di ricovero in rianimazione. Per una popolazione di 60 milioni di abitanti quale la nostra, si possono prevedere grossolanamente 6 milioni di potenziali ricoveri, a fronte di soli 5.300 posti letto in terapia intensiva. La Germania con una popolazione di 83 milioni di abitanti, già prima dell’epidemia, ne aveva 28.000. I colleghi ospedalieri pochi di numero, poveri di mezzi e gestiti da direzioni sanitarie (di nomina politica) a volte approssimative, rappresentando l’ultimo baluardo, hanno dovuto reggere un carico enorme. I medici, fino a ieri malmenati nei Pronto Soccorso, sono diventati improvvisamente eroi. Hanno combattuto una battaglia durissima (oltre 14.000 operatori sanitari contagiati) accollandosi decisioni difficili e dolorose per tutti. Tante persone anziane non ce l’hanno fatta e la nostra nazione ha perso una buona parte della sua memoria storica. Noi ci auguriamo che la memoria di questi giorni non venga persa da nessuno, soprattutto dai nostri governanti. Ci auguriamo che sappiano meritare la fiducia dei nostri bambini che colmi di speranza, disegnano cieli azzurri e soli sorridenti.

Roberto Lembo, medico pediatra

16 maggio 2020 – © Riproduzione riservata

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