Dove sono i battipagliesi?

Premessa doverosa: dove abito io, non ci sono letti liberi. I cultori del “tienili a casa tua!”, dunque, sono avvisati: non c’è posto.
In effetti, questa roba del “tienili a casa tua!” io non l’ho mai capita: perché, ad esempio, parlando del sovraffollamento delle carceri, non si utilizza la stessa espressione? Eppure anche lì c’è un bel po’ di gente. E pure sui pullman che, di buon mattino, da Battipaglia raggiungono l’Università o le scuole superiori ebolitane, ma quella è un’altra storia.
È che oramai, come ai tempi del Ku Klux Klan, ciò che non è bianco è cattivo.
Un po’ come la leggenda cherokee dei due lupi, in cui l’anziano del villaggio racconta di un lupo nero cattivo e un lupo bianco buono che si fronteggiano da sempre, e spiega che alla fine vincerà quello che egli stesso nutrirà di più. Perché il povero lupo nero deve essere identificato come quello cattivo? Non potrebbe salvarsi la reputazione ricorrendo alle mèches o allo shatush?
“Ci stanno invadendo!”. È vero che, passeggiando per le strade, soprattutto nelle ore del primo pomeriggio o della tarda serata – ché poi, manco ci fosse il coprifuoco, a Battipaglia alle venti è già tardi – si ha la sensazione di trovarsi a Marrakech o a Rabat, ma no, non è per gli “invasori” giunti dall’Africa settentrionale: è per i battipagliesi!
Io vorrei incontrarla un’allegra famigliola battipagliese che passeggia per le vie della città, nei giorni feriali, dopo le venti. Da un bel pezzo, in effetti, Battipaglia non viene vissuta appieno. Un po’ perché non c’è molto da fare di sera, ma un po’ pure per via della paura.
Ci sono zone della città che nessuno conosce: i genitori, giustamente intimoriti, raccomandano ai figli di star lontani da quelle aree. La città, che per i battipagliesi dovrebbe rappresentare la culla, la casa, s’è tramutata in un ricettacolo di pericoli. Non c’è sicurezza – anche se le forze dell’ordine che si danno da fare ci sono – ma quali operazioni potrebbero render vivibile una città che nessuno vive?
Nel discorso amministrativo legato all’accoglienza c’è tanto che andrebbe rivisto, e dai buoni propositi andrebbero tenute lontane quelle tipologie di imprenditori che lucrerebbero pure sulle ceneri della donna che li tenne in grembo. Eppure non ci stanno invadendo, no. Ci stiamo nascondendo noi. E rifugiarsi è un po’ fuggire.

 30 settembre 2016 – © Riproduzione riservata
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