Divieto di sosta

L’assistente civico ma chimico: dosato, asettico, imparziale. L’assistente civico ma civile, perché far da bidello nella movida è un rischio non da poco: uno che sta in piedi da due ore davanti a un bar è difficile che sia al primo cocktail, e allora ci vuole poco perché all’assistente civico serva assistenza clinica.
Bello, no? Ora che c’è la perdita definitiva di freni inibitori ci secca pure che qualcuno con una pettorina ci suggerisca educatamente d’indossare la mascherina e allontanarci da chi ci alita in faccia. Quando invece le strade erano deserte s’invocava l’intervento dell’esercito per uno sparuto nugolo di disperati che s’ingegnavano in doppie, triple uscite per portare a spasso il cane o fare la spesa.
Io me li vedo già, a Battipaglia, gli operatori del distanziamento. Novelle suocere d’un secolo fa, quelle che sul divano si frapponevano tra i fidanzati in casa mentre guardavano Rischiatutto. Che al cinema pretendevano il posto in mezzo, e in auto sedevano categoricamente davanti, di fianco al genero guidatore. Spesso, artefici e colpevoli di matrimoni alla cieca che finivano un’ora dopo il banchetto nuziale, ma che andavano in scena per sessant’anni travestiti da amore eterno. 
Il selezionato corpo battipagliese degli “allontanatori”, già. Come ogni microcosmo, composto da una rappresentanza più o meno nutrita di vari segmenti umani, culturali e sociali. Portatori sani delle esigenze più disparate: da un vero e spassionato senso del dovere a una più terrena e occulta smania di rivalsa personale. Con, dall’altro lato, gente per nulla conciliante, già pronta a urlare, contestare e disubbidire anche di fronte a un semplice “buonasera”. Qua da noi, ricordiamolo, s’è restii ad accettare l’autorità precostituita, la stradale al posto di blocco, il vigile che ci fischia l’auto in tripla fila, figuriamoci quella ufficiosa. Ché ce l’ho ancora ben stampato in mente, l’esperimento con le “guardie verdi”, i volontari che sotto le case controllavano la corretta effettuazione della raccolta differenziata. Manco male s’azzardavano a redarguire la casalinga che sversava residui di pile atomiche nel sacchetto dell’organico erano, ogni sacrosanta volta, minacce di denunce e risse sfiorate.
Come dire: il “ma chi me lo fa fare” era sempre dietro l’angolo.
Dovrebbe essere diverso, oggi. Dovremmo capire che è roba messa in moto per coprirci le spalle. La paura è roba mutevole come certi titoli in borsa, solo che qua non arrivano blocchi dei controllori per eccesso di rialzo o di ribasso. È un sentimento libero di oscillare tra due picchi tendenti all’infinito, quasi sempre sull’onda lunga del sentito dire, in un senso o nell’altro: dal “ci nascondono la reale gravità della cosa” al classico “ma dai, è poco più di una comune influenza”.
Un comportamento prossimo alla bipolarità, ok. E poi sotto mettiamoci la malafede di qualcuno, l’ingenuità di qualcun altro. I virologi in disaccordo e i politici confusi, gli scandali e le mancanze, le cose dette e quelle taciute.
Ma trascuriamo un dettaglio importante: da circa un secolo, nessun essere umano a questo mondo aveva più avuto a che fare con una pandemia. E questo trovarsi tra le mani il delicato compito di sopravvivere, per il grosso di noi, è roba tutta nuova.

Ernesto Giacomino

30 maggio 2020 – © Riproduzione riservata

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