Circa, quasi, forse

Oggi la comunicazione funziona così: le notizie importanti, le vere “news” di giornata, quelle battute dalle agenzie di stampa accreditate, sono quotidianamente riprese e pubblicate dalle grandi testate nazionali (certo: con eventuali approfondimenti, opinioni e dibattiti collaterali, magari non richiesti, ma che non ne inficiano la veridicità). Poiché trattasi di fatti certi e incontestabili, minuziosamente descritti – o almeno così dovrebbe essere – con obiettività e imparzialità, vengono sostanzialmente ignorati dal fatidico “mercato parallelo”, quello della distribuzione su social e blog, perché esiste alla base una fonte inattaccabile: cosa che inevitabilmente li condanna a restare intatti e fedeli alla verità fino alla progressiva perdita di importanza e archiviazione nel dimenticatoio.
Fatto questo, però, resta il sottobosco, le notiziole locali, le curiosità, le storie di strada, la politica della periferia, che una volta erano raccolti dalle pagine locali dei grandi quotidiani e oggi – per mancanza di spazio, addetti e cash – vengono semplicemente accennati e lasciati, a livello di sviluppo della trama, alla successiva opera di mistificazione e travisamento di un’infinità di testatine proliferanti nel web. Una vera e propria delega in bianco, per così dire, in cui un misconosciuto sito internet dal titolo improbabile tipo “Quello che non ci dicono”, “Vox populi vox dei”, “Non è vero ma ci credo” può raccogliere un’indiscrezione di tre righe da Il Mattino su un tanfo di cetrioli andati a male al primo piano di una palazzina in centro, e pomparla fino a ricamarci sopra una tragedia in tre atti, ficcandoci dentro fughe di gas, corna, immigrati, malasanità, guerre civili, peste e carestie. Tanto alla fine non serve fare né nomi né citare luoghi precisi: bastano due iniziali, un’età credibile, dire “intervenuta una pattuglia” senza specificare a quale corpo appartenga, et voilà: creato lo scoop. Come dire: facciamoci furbi, impossibile controllarle, le cose, se non dai neanche un indizio sul chi e il dove le abbia causate.
In base a questa logica, quindi, Battipaglia sarebbe quotidianamente, e ovunque, teatro di risse, di bottigliate in testa, di molestie ai passanti, di atti vandalici, di alluvioni e piogge di meteoriti. Una frenata brusca a un incrocio può avere due sorti: o passare inosservata o diventare una tragedia sfiorata con potenziali feriti mortali e un pippone di lunghezza epica sulle strade assassine. Un qualunque atto politico, anche il più innocuo, può dare il via a un focolaio di polemiche a puntate come nelle peggiori trasmissioni di certi opinionisti nazionali.
A questo, poi, in genere, segue il passaggio più cruciale: dalla fonte (spesso inattendibile) d’informazione, alla condivisione sui social. La non-notizia, già snaturata di suo, viene data in pasto alle opinioni personali che, se coincidenti per un gruppo più o meno nutrito di persone, si evolvono a loro volta in una nuova notizia, spesso assolutamente scollegata da quella originaria. Diventando, alla fine, la fonte d’informazione primaria (o addirittura l’unica) per una corposa fetta di utenti e lettori.
Un mostro a due teste, insomma, il cui la prima fabbrica inesattezze e l’altra se le ingurgita vomitando indignazione. Come dire: fare informazione resta sempre uno dei mestieri più complicati del mondo; ma a riceverla nemmeno si scherza, ché c’è il rischio d’indigestione.

Ernesto Giacomino

24 gennaio 2020 – © Riproduzione riservata

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